L’Angolo Divino a Roma, il vecchio Campo de’ Fiori e i vini del mescitore Massimo Crippa

L’Angolo Divino a Roma. Tre vetrine ad angolo, due danno su via dei Balestrati, una invece sul vicolo del Giglio. Poi ci sono i tavoli e gli ombrelloni, che poggiano all’esterno su piazza della Quercia, un’invenzione della pandemia. Qui ci sono turisti stranieri che dalle 15:30, ora in cui arrivo all’Angolo Divino, mangiano formaggio e ordinano bottiglie.

Questa enoteca, wine bar, non so bene come dovremmo chiamarla, sta qui da diverso tempo. È il 1946 quando Serafino Crippa apre il suo “vini e oli”. Oggi ho davanti suo nipote, Massimo Crippa, che il locale l’ha preso in mano dal padre Franco e l’ha trasformato da enoteca nuda e cruda a wine bar nel 1995 con il nome L’Angolo Divino. “Ma mio padre non voleva” mi racconta “c’ho dovuto litigare di brutto”. Il processo però era inevitabile: tutte le enoteche storiche di Roma sono passate da vendere il vino sfuso a servire piatti al tavolo.

Faccio un po’ fatica a condensare quanto Massimo mi ha raccontato, ripercorrendo tutto con una manciata di bellissime fotografie che ritraggono il padre Franco, lui con un grembiule di pelle, un giovane “mescitore” o “vinologo” come preferisce chiamarsi, poi le foto del giorno della riapertura come wine bar, i vecchi scaffali in ferro. I tempi di quelle foto sono cambiati, si sono evoluti e hanno corso parallelamente a una rivoluzione epocale nel mondo del vino, che Massimo ha osservato da selezionatore ma soprattutto da appassionato.

Il signor Franco Crippa

La sua storia professionale comincia da piccolo in enoteca ma poi ci sono anche altri passaggi. Va a Londra per diventare assistente di volo, non viene preso e lavora per un locale dove si serve vino. Poi c’è un secondo elemento, gli studi in agraria. “In effetti sono un contadino travestito da cittadino” dice di se stesso. Infine gli studi all’Ais quando c’era solo l’Ais. “Ho fatto tutto il percorso, sono passato dai vini sciolti a stappare bottiglie più importanti. Ne sono rimaste poche di queste, ne vedi qualcuna su quello scaffale dove c’è scritto “un’altra epoca”. Solaia, Ornellaia, Monfortino, queste qui”.

Il centro di Roma di cui mi parla Massimo oggi non esiste più, soprattutto Campo de’ Fiori, dove c’era una movimentazione notturna molto vivace, un po’ estrema. E girava tantissima droga. Soprattutto quando arrivava il vino novello da Olevano Romano. “Ma guarda, se ne andavano tutti allegri” racconta ridendo. Ma una sicurezza a Roma c’era e c’è sempre stata: il vino. Tanto che le enoteche storiche, i wine bar, le distribuzioni romane sono tantissime. Sembra l’unico “format” destinato a non tramontare mai in questa città. E questo aspetto è singolare, perché il Lazio non ha avuto una buona storia enologica. “Attenzione che il Lazio storicamente era Fontana Candida e Gotto d’Oro. Il successo del vino a Roma me lo spiego per queste ragioni: la presenza dell’Ais ha sicuramente capitalizzato una certa attenzione sul vino. Poi il turismo ne ha amplificato la presenza. Abbiamo avuto dei tavoli che venivano qui chiedendo cose precise, il Montepulciano di Pepe per dire, non uno a caso”.

Insieme riflettiamo anche sull’evoluzione dei luoghi che vendono vino. “Sai perché oggi non aprono più enoteche e basta? Te lo spiego io: alto investimento, capitale fermo, necessità di avere ambienti adatti a conservare il vino, quindi una cantina, un magazzino” mi dice. Parliamo dunque del prezzo di scaffale e di quello del tavolo, di prezzi popolari, ovviamente di vini naturali. “Quando ho iniziato si affacciavano sulla scena quelli che oggi chiameresti vini naturali, anche se molti non vogliono farsi chiamare così. C’è stata una rivoluzione, un rifiuto degli schemi e un coraggio ammirevole da parte di tanti produttori. Oggi la scelta è infinita, dopo 30 anni mi capita ancora di sentire per la prima volta il nome di un vitigno. Alcuni dicono che è una moda. Ma de che? Gravner mica è stata una moda. È stata una scelta di vita, è un modo di fare il vino che poi porta una ventata di novità, prospettive nuove. Anche se attenzione, tra i vini naturali c’è tanta robaccia. Bisogna saper scegliere”.

Un altro aspetto molto interessante che nota Massimo è l’incremento delle bevitrici. Non è chiaro se perché prima le donne bevessero solo nel privato e non in pubblico o se le enoteche fossero percepite come luoghi per avventori maschi. Insomma oggi le donne sono tantissime.

Sai cosa comporta lavorare con i piccoli produttori? Che alcune volte non hanno il vino. Vedi questi buchi? Stiamo aspettando che la bottiglia ritorni” mi dice indicando degli spazi vuoti sugli scaffali. Proprio davanti al bancone i buchi sono riempiti con foglietti con i nomi dei vini mancanti, che spariranno non appena il vino tornerà disponibile. Un’altra cosa simpatica che si osserva qui è che tutti i vini sopra i 30 euro esposti sono in realtà bottiglie vuote. E non c’entrano i furti, che ok, sono un problema anche quello, ma le condizioni di conservazione delle bottiglie stesse, la salute dei tappi, che viene preservata meglio nel magazzino al piano di sotto. E poi chiudiamo con un sogno mancato: “Rimpiango solamente di non essermi comprato un pezzetto di vigna a Olevano per farmi il mio vinetto”.

L’Angolo Divino. Via dei Balestrari 12-14, Roma. Tel. 06 6864413. Sito. Facebook. Instagram