Chiude la pasticceria Dagnino di Roma: non si poteva evitare? Oggi, 27 luglio 2026, cala la serranda su settant’anni di Sicilia a Roma. Lo sfratto esecutivo della pasticceria Dagnino, sotto i portici della Galleria Esedra in via Vittorio Emanuele Orlando, è arrivato al capolinea dopo mesi di rinvii, appelli e battaglie burocratiche. Un primo tentativo di sgombero, il 2 luglio, era stato scongiurato all’ultimo; la tregua è durata poco meno di un mese. E così Roma perde un altro dei suoi luoghi dell’anima, dopo il Caffè Greco e il bar Pascucci.

Dagnino non era una pasticceria: era un’ambasciata, la più antica pasticceria siciliana di Roma. Aperta il 13 dicembre 1955 da Andrea Dagnino, portava Palermo nel cuore della capitale, a due passi da piazza della Repubblica e da Termini. Il fondatore affidò il progetto all’architetto Giuseppe Contino e chiamò a decorare le sale artisti veri del dopoguerra italiano: i dipinti su vetro di Alfonso Amorelli, le opere di Herta Schaeffer, le sculture lignee di Italo Mangiameli. Sedersi nella grande sala da tè significava fare colazione dentro un pezzo di storia dell’arte, ed è per questo che il cinema l’ha amata tanto: Ettore Scola la citò ne “La Famiglia“, e tra quelle sale hanno girato Michele Placido, Daniele Luchetti, Mario Martone e Pupi Avati.
D’accordo, forse era fuori moda, forse non rientrava nei dettami della pasticceria contemporanea. Ma noi ci andavamo, semplicemente, per i cannoli. Il classico, prima di tutto: cialda croccante preparata a mano nel laboratorio, farcita al momento con ricotta di pecora fresca, gocce di cioccolato e arancia candita di Sicilia. E poi le cassate e le cassatine, le iris fritte ricolme di ricotta al mattino, le arancine e le panelle a pranzo, il timballo di anelletti e la pasta con le sarde. Dagnino seguiva il calendario liturgico del gusto siciliano: la frutta di martorana ai Morti, la cuccìa per Santa Lucia, le olivette di Sant’Agata a febbraio, il gelo di mellone d’estate. Era il posto dove un palermitano in trasferta curava la nostalgia e un romano scopriva che la colazione poteva essere una cosa seria.

Perché chiude? Non per mancanza di clienti, ma per un’operazione immobiliare. La proprietà dei muri, Finaval (gruppo Feltrinelli), non ha rinnovato il contratto di locazione: l’intero isolato tra piazza della Repubblica e via Orlando è al centro di un grande piano di rigenerazione urbana che coinvolge Feltrinelli e Allianz. Dagnino, riconosciuta “bottega storica” dal Comune fin dal 2012, si è ritrovata a essere un ostacolo da rimuovere invece che un elemento qualificante del progetto, come chiedeva Italia Nostra.
A parlare è Giannandrea Dagnino, su Facebook: «La cosa che più stupisce è che una benemerita istituzione che tanto ha fatto per la cultura italiana – Feltrinelli – sia all’origine di questo possibile triste epilogo per un presidio di memoria, tradizione e cultura. Ma confidiamo in un salvataggio all’ultimo istante. Un ringraziamento va alla famiglia Cola, gestori della Pasticceria Dagnino, e a Italia Nostra, che da mesi si battono senza risparmio per impedire la chiusura. Chi tra voi non l’avesse ancora fatto, per favore, sottoscriva la petizione per il salvataggio. Un grazie di cuore a chi ha firmato e a chi firmerà».

E qui sta la risposta alla domanda del titolo: sì, forse si poteva evitare. Il vincolo artistico sulle opere degli anni Cinquanta è stato chiesto alla soprintendenza solo a luglio, a sfratto ormai imminente; l’appello al ministro Giuli è arrivato alla vigilia dello sgombero. Il riconoscimento di bottega storica, senza una tutela vera, si è rivelato inutile. I titolari si erano detti pronti a far parte della riqualificazione “coi loro gioielli”, ma sono rimasti inascoltati. Roma continua a celebrare i suoi luoghi storici solo quando li perde.
