La Roma deserta è un inferno, mettiamo un ristorante in mezzo a piazza Venezia

La Roma deserta è un inferno, mettiamo un ristorante in mezzo a piazza Venezia

Tutto fermo a Roma. Non ci sono stranieri, non ci sono turisti italiani, non ci sono i lavoratori, tutti in smart working a Fregene e Santa Marinella.  Il centro, dice il Corsera, si è svuotato: meno 85 per cento rispetto al luglio scorso. Il fatturato dei ristoranti cala, dati alla mano, del 45 per cento a Roma e con picchi del 70 in centro. La sottosegretaria Laura Castelli invita i ristoratori a cambiare mestiere. I ristoratori invitano la Castelli a cambiare mestiere. Bande di ragazzini sputano sui citofoni a Trastevere per provare a trasmettere il Covid e circolano muniti di tirapugni e addobbati da Arancia Meccanica. Le forze dell’ordine fischiettano, sperando che non le noti nessuno. Il premier Conte si appollaia per terra sul sacro suolo del Cinema America, che poi è piazza San Cosimato. Le risse aumentano. I topi ballano, ma non è una novità. La Raggi rifà il trucco a qualche strada, sperando in una riconferma. L’estate 2020 ce la ricorderemo. Roma è un inferno, il più bello che abbiate mai visto.
Servirebbe un colpo di reni, un colpo di mano, un colpo gobbo. Bisogna inventarsi qualcosa. Passare per piazza Venezia mette angoscia. Se non ci fossero i lavori infiniti per la metropolitana e ora il rifacimento dei sampietrini, si potrebbe piazzare un grande tavolo sociale nello spiazzo erboso centrale. Una roba un po’ stile Cynar, con il Calindri d’antan. Ogni sera il Comune potrebbe offrire una cena a dieci persone scelte a caso, coinvolgendo un ristorante del centro. Lo so, è una cazzata, ma sarebbe un simbolo, per dire che la città ci tiene a un settore che la tiene in vita – la ristorazione, insieme al turismo -, che è pronta a ripartire. Altrimenti va bene anche un tavolino per me. Mi piazzo lì, con un bicchiere di Trebbiano fresco e mi godo le ruspe e la polvere.

Nuove Chiusure Scarse le nuove aperture di ristoranti in questa stagione. E’ normale. Assurdo aprire d’estate.  E poi non ci sono soldi. Si dovrebbe inventare la rubrica “Nuove Chiusure”. Decine di locali sono rimasti chiusi dopo il Covid, non si capisce se solo per questo periodo. Arcangelo, per esempio. Retrobottega (diventato temporaneamente Retropizza). Marzapane, che si è trasferito ad Agrigento. No news dalla Bowerman. Colline Emiliane è aperto solo a pranzo. La ristorazione medio-alta soffre, indecisa se resistere o gettare la spugna. Chi campava di turisti è in crisi nera. Qualche cinico è contento: si spazzano via gli imprenditori che mettono il cash e non sanno nulla di ristorazione. Ma  la Grande Falce spazza via tutto, non distingue qualità e improvvisazione. Chi non ha la forza economica tracolla. Resteranno in pochi, non necessariamente i migliori.

Il vino, vi scongiuro. Ci si consola con chi è arrivato da poco, a Roma. Alcune buone novità, tutte con il solito difetto. Una carta dei vini disastrosa, frutto di ignoranza, disinteresse, incapacità, distrazione. Bisognerebbe scriverlo nelle Tavole della Legge. Vuoi aprire un ristorante? Bene il format, benissimo un grande chef, ottimo un design all’altezza, necessaria una comunicazione efficace, giustissimo assumere un social media manager capace, ma i vini? Che Bacco vi fulmini, mi posso mangiare anche un piatto strabiliante ma se poi me lo uccidete con del vinaccio, come ne esco eh? Come? Prendi Carnal. Una bella cucina, originale, fresca, divertente. Un progetto che ha tutte le caratteristiche per avere successo, grazie all’inventiva e la capacità di Roy Caceres. Buone le tapas, ottimi i cocktail. Ma i vini? Una carta anonima, con alcune bottiglie da dimenticare. Uguale da Salotto Trieste, bellissimo locale appena aperto: raffinatezza, musica jazz, velluti, colori caldi, piatti interessanti.  E la carta?  Boh. Stessa cosa nella nuova gestione della Quercia, con il bravo Marco Gallotta. La carta è ereditata dalla vecchia gestione, ma possibile che dobbiamo accontentarci delle polverose bottiglie zigrinate di Feudi? Non si può fare qualcosa di meglio? Ci dicono di sì, che presto alla Quercia arriveranno nuove bottiglie. Aspettiamo, ma fate presto, che altrimenti se continua così finiremo per andare solo nelle vinerie con cucina.

Hamburger come agrifogli. Gli hamburger sono come gli agrifogli, i sempreverdi della ristorazione.  Con quelli non ti sbagli mai. Certo, devasti mezza foresta amazzonica, ti produci qualche danno alla salute, ma ne vendi sempre a pacchi, a grandi e piccini. A Roma ha appena aperto Burgez, noto locale milanese.  In Quattro Fontane da un paio d’anni c’è The Good Burger. Altri spuntano come funghi, tutti invariabilmente gourmet. Manca solo Five Guys. Buffa storia. E’ il colosso americano degli hamburger.  Il suo arrivo era annunciato per dicembre. Poi ritardi, difficoltà burocratiche, il Covid e chissà che altro, ne hanno frenato l’apertura. Da mesi in via della Stamperia, a due passi da Fontana di Trevi, campeggiano sette vetrine chiuse con la brutta scritta Five Guys. Perfino Burgez li ha presi in giro, approfittando furbescamente del ritardo, e scrivendo: “Abbiamo aperto prima di Loro“. Aprirà, come ne apriranno altre decine.
Noi aspetteremo settembre, seduti al nostro tavolino di piazza Venezia, sperando che tra nuovi arrivi e sopravvissuti si possa tornare a godere una città di nuovo piena e vitale.

Le sciabolate di Lacerenza. Ah, dimenticavo: date un’occhiata al nuovo sito Stappato e a questo pezzo su Lacerenza: se ne riparlerà.

 

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