Caffè e Report, la risposta di una napoletana: ‘La Gabanelli mi rende nervosa’

Caffè e Report, la risposta di una napoletana: ‘La Gabanelli mi rende nervosa’

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Il caffè di Napoli, Report e Milena Gabanelli Il caffè di Napoli non è buono?! La bevanda sa di rancido, gomma bruciata e cenere?! Dopo la puntata di Report (qui), l'orgoglio dei cittadini è ferito nel profondo. A Napoli ci sono quattro cose che non si possono toccare (perché considerate dai cittadini "patrimonio dell'Unesco"): Maradona, il Napoli, la pizza e il caffè. E la signora Gabanelli che cosa fa? Organizza il processo al caffè senza una regolare difesa?! Signore e signori, se qui nessuno si presta, mi offro io come avvocato d'ufficio della bevanda più amata dai napoletani. 

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La prima prova in difesa del mio cliente, il signor espresso napoletano, è la diffusa presenza in città di macchinette con la leva. Proprio quelle che consentirebbero uno spurgo automatico dell'acqua sporca e dei fondi di caffè, in modo da non "contaminare" la bevanda successiva e "intossicare" il cliente come spiega Report.

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La seconda più che una prova è un'osservazione di non poco conto. Vostro onore, signora Gabanelli, ha mai provato lei ad andare in una caffetteria napoletana nelle ore di punta? Quindi all'incirca tra mezzogiorno e le quattro (sebbene ogni ora a Napoli sia di punta per il caffè!). Ecco, se un giorno avrà mai la fortuna di farlo, si renderà conto che si servono centinaia di caffè all'ora. Una media precisa al momento non esiste, ma basta poco (chiedere alla gente per le strade del centro storico) per capire che i napoletani bevono una media di 5 caffè al giorno (e c'è chi sostiene di berne persino dieci). E allora nel caso di macchinette senza leva, e quindi senza "purge" automatico vostro onore, come può mai un povero barista, alle prese con centinaia di clienti urlanti dietro al bancone, pulire ad ogni caffè il filtro incriminato?

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Terzo punto, ma non meno importante, ai napoletani il caffè piace amaro (non come il zuccheratissimo caffè di Totò in "La banda degli onesti") e con le famose "tre C": comm cazz coce (quanto caspita scotta). E quindi quel sapore intenso che ha un retrogusto un po' bruciato e un po' amaro, tipico anche della miscela chiamata Robusta proveniente (soprattutto) dal Vietnam, ai partenopei fa impazzire. Con buona pace di chi lo considera qualità inferiore all'Arabica. E quindi lasciateci bere il caffè come più ci garba!

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Vostro onore, concluderei con un'ultima prova storica, quella che spiega perché il caffè di Napoli ( a differenza degli altri) non può essere "misurato" con indici o dati di precisione da un reportage né da qualsiasi altra ricerca. La bevanda si dice sia stata "inventata", per come la conosciamo tutti, a Napoli nel 1816 da una francese che riuscì a mantenere la temperatura dell'acqua elevata per un certo tempo. Ne consegue che il caffè a Neapolis è un'arte dell'improvvisazione. Una tradizione nata per caso e che con il mestiere di tanti barman, cresciuti senza nessuna scuola se non quella del lavoro, è divenuta celebre. Quindi, signora Gabanelli, non le sembra un'assurdità domandare ai baristi partenopei perché non si sono formati in un corso di studi? 

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Per ultimo, è vero, come dice Pino Daniele, che "na' tazzulella e' cafè acconcia a vocca a chi nun po' sapè". Però ricordiamo anche che Napoli è la città del caffè sospeso: il luogo dove questa bevanda non si nega a nessuno perché è un vero e proprio diritto. Insomma, cara signora Gabanelli, il suo servizio è di indubbia qualità e interesse, ma mi ha reso nervosa. Per calmarmi, mi scusasse, vado a farmi un caffè come piace a noi…

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