Esce “La vita è troppo corta per bere vini cattivi”, biografia anticonvenzionale sul maestro dell’enogastronomia e “anarchenologo” Luigi Veronelli. Il libro, edito da Giunti e Slow Food, è una sorta di puzzle frammentato a sezioni, in ordine alfabetico. Ordine “così semplice, così chiaro, così condiviso”: unico criterio seguito da Veronelli, uomo contrario alle gerarchie. Il 3 maggio Nichi Stefi e Gian Arturo Rota, autori nonché amici di Gino – come si faceva chiamare il critico – hanno presentato il testo all’Hotel Columbus, a Roma. A moderare l’evento Fabio Rizzari e Armando Castagno, che hanno aperto la presentazione scherzando, ma non troppo: “Questo è uno di quei rari eventi in cui i moderatori hanno letto il libro e con grande sollazzo”.
Non facile scrivere un libro su un personaggio così complesso, che è stato giornalista, gastronomo, enologo, cuoco e scrittore. Rota racconta che il libro è stato un'idea possibile grazie alla sistemazione dell’archivio di Veronelli, iniziato a costruire a metà degli anni ‘80. L’archivio racchiude molti dei suoi scritti che sono stati pubblicati negli anni e anche altri sconosciuti, in particolare la corrispondenza, letteralmente onnipresente. La scelta di ogni documento confluito nel libro è funzionale alla narrazione della sua biografia e la suddivisione in temi, circa quaranta sezioni, divise in ordine alfabetico (h compresa), ha certamente aiutato a focalizzare l’attenzione sugli aspetti della vita e del pensiero del critico. Inoltre, Veronelli si è sempre definito un “cortometrista”, un giornalista da pezzi brevi e specifici: la scelta di un libro a frammenti non poteva che essere una scelta azzeccata per raccontare una personalità tanto sfaccettata.
E non solo sfaccettata, talvolta contrastante in alcuni aspetti: Nichi Stefi ci racconta che, nonostante provenisse da una famiglia benestante, ritira la sua parte di eredità per dedicarsi ad altro, l’editoria. Contrariamente alle aspettative, Veronelli è un mestierante casuale di vino: inizia ad occuparsi di enogastronomia quando intraprende una collaborazione con Il Giorno e trasforma il vino in uno strumento di cultura. Cultura popolare, contadina, agreste: Veronelli si schiera apertamente, definendosi anarchico e pro naturalista. Non a caso, tra le sue citazioni più celebri, oltre a quella che ha dato il nome al libro, c’è “il peggior vino contadino è migliore del miglior vino di industria perché ha un’anima”. Il primo incontro col vino di Gino, prosegue Stefi, è stato alla prima comunione, per mano di suo padre, che prima dell’assaggio lo ammonisce “devi capire che in ogni sorso di questo vino c’è la fatica del contadino”.
Pioniere di un nuovo stile, ricco di neologismi e arcaismi allo stesso tempo, aristocratico ma sostenitore della cultura popolare, umile e presuntuoso (alla domanda: Gino, cosa pensi del tetrapak? Risponde “Non so, io mi occupo di vino”), Luigi Veronelli, a nove anni dalla scomparsa, viene ricordato come una delle figure centrali della valorizzazione del nostro patrimonio enogastronomico.




