Cataldo Calabretta: la Cirò revolution e la rinascita dei vini calabresi (ma anche il rosato, il bio e certi naturali “ciofeche”)

Cataldo Calabretta: la Cirò revolution e la rinascita dei vini calabresi (ma anche il rosato, il bio e certi naturali “ciofeche”)

Cataldo Calabretta: la Cirò revolution, la rinascita dei vini calabresi (ma anche il rosato, il bio e certi naturali “ciofeche) 

Se chiedi ai crotonesi qualche nome di produttore di Cirò, rischi di assistere a scene mute. Sì, certo, viene fuori Librandi. Magari Caparra e Siciliani. E qualche nome locale, tipo Malena o Iuzzolino. Per il resto, zero di zero. Forse è normale. Forse non si può pretendere troppo dalla gente. Ma forse, invece, dovrebbe partire proprio da qui, dall’orgoglio anche un po’ campanistico, il riscatto di un settore che muove faticosamente qualche passo avanti. L’anno scorso siamo stati a trovare Francesco De Franco, uno degli alfieri della Cirò Revolution (e Roberto Ceraudo, pioniere del biologico ma fuori dalla doc Cirò). Quest’anno abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Cataldo Calabretta, altro giovane protagonista di questo movimento di produttori artigianali e in qualche misura ma non troppo (vedremo poi perché) “naturali”. Un giro nelle splendide vigne ad alberello in collina, una chiacchierata in casa, con la supervisione dell’anziano padre, stanco ma ancora pieno di curiosità. Con Cataldo, che è vicepresidente del Consorzio del Cirò e Melissa (il presidente è Librandi), abbiamo fatto una chiacchierata a vasto raggio, anche per celebrare i 50 anni della Doc. Ne è uscito anche un quadro di alcuni giovani produttori calabresi, non solo di Cirò, da tenere d’occhio (ma questo lo riserviamo a una seconda puntata…).

Cataldo, quanto è grande la Doc Cirò?

“Cirò è una denominazione piccola. Ci sono duemila ettari di vigne, ma soltanto un quarto sono rivendicate a Cirò. Il resto è uva venduta ai calabresi che si fanno ancora il vino in casa. Ogni anno si vendono quasi quattro milioni di bottiglie di Cirò, di tutte le tipologie, bianco, rosso e rosato”.

Tu sei certificato biologico. Del resto la Calabria è la prima regione in Italia per coltivazione biologica. 

“Sì, sono certificato da sei anni. Qui a Cirò è facile. Siamo su un promontorio, molto ventilato. Il biologico ti costringe a tornare in vigna e a lavorare vigneto per vigneto. Nella vigna del gaglioppo abbiamo fatto un solo trattamento di rame, in quella della malvasia, soggetta a oidio, uno di zolfo secco”. 

In Calabria, e non solo, c’è sfiducia sul biologico. Se parli con la gente, ti dice: è tutta una truffa. 

“E’ comprensibile, a volte le truffe ci sono. Guarda all’olio biologico. Però l’altro giorno a una riunione, Patrick Uccelli ha detto una cosa giusta: criticate il bio, ma a voi, fuori dal bio, chi vi controlla?”.

A voi vi controllano?

“Abbiamo subito tre controlli a campione in sei anni. In effetti è vero quello che si dice: ci vorrebbero meno controlli cartacei, meno burocrazia, e più controlli a campione in vigna”. 

Tu sei uno degli alfieri della Cirò Revolution, con De Franco, Arcuri, Cote di Franze, Tenuta del Conte. Molti sono calabresi di ritorno, che sono andati a studiare e sono tornati in vigna. Tu hai studiato enologia a Milano e sei tornato. Qualcosa sta cambiando?

“Sì, c’è una generazione nuova che sta lavorando bene. Noi cerchiamo di lavorare insieme agli altri produttori, non c’è contrapposizione. Vogliamo contribuire a migliorare la doc”. 

Avete richiesto la Docg per il Cirò Riserva. Che senso ha? 

“E’ il riconoscimento della storia del Cirò. C’è anche la speranza di fare leva sul prezzo”.

I vini calabresi costano ancora troppo poco, rispetto al loro valore, in confronto ad altri.

“Sì, ci sono alcuni produttori che fanno prezzi bassissimi. E sono scorretti, perché prendono l’uva da fuori regione. Arriva dalla Puglia e poi, con un giro di carte, magicamente diventa vino calabrese e viene venduto a meno di due euro nei discount. Il Consorzio, purtroppo, non ha gli strumenti per bloccare i disonesti”.

Torniamo alla Docg.

“Sì, è allo studio del ministero, che poi deve passare per la commissione europea. Sarà Docg il Cirò riserva, con un invecchiamento minimo di tre anni. La maggioranza dei produttori ha richiesto anche un passaggio in legno di almeno sei mesi“. 

Mi pare di capire che non ti entusiasmi. Del resto l’affinamento in legno non è apprezzatissimo dalla Cirò Revolution. 

“In effetti no. Da due anni sto provando delle botti in legno. Vediamo, per ora preferisco sempre il cemento“.

Sarà bio il Docg?

“All’inizio eravamo riusciti a ottenere come parametro indispensabile la certificazione biologica. Ma ce l’hanno bocciata, perché è sembrato un fatto discriminante. Allora stiamo pensando a un escamotage. C’è la Doc Valdarno in cui tutti e 40 i produttori sono bio. Ecco, si potrebbe inserire nel disciplinare della Docg una serie di regole che danno sostanza al biologico, senza necessità di avere la certificazione”. 

I tuoi vini si possono definire “naturali”?

“No, preferisco dire che è un Cirò artigianale, prima di dire che è un vino naturale. Il discorso, poi, è complesso. Se guardiamo ai residuali chimici sono naturale. L’importatore canadese fa le analisi obbligatorie e controlla i duecento residuali. Sono perfettamente in regola. Ma cos’è il naturale? Una scelta etica? Uno stile di vinificazione? Se uno mette un vino in anfora ha fatto un vino naturale? E poi c’è la questione della doc”. 

Cioè?

“Io non abbandono la doc Cirò per il naturale. Preferisco portare avanti una battaglia per il territorio. Chi fa il naturale, di norma, è contrario ai disciplinari. Che in effetti ti pongono limiti talvolta fastidiosi”. 

Per esempio?

“Beh a volte la commissione ti boccia il vino bianco perché è troppo giallo-oro. O il  rosso perché ti dicono che è ossidato. Eppure i disciplinari sono fatti tra gli anni ’60 e ’70. E nel ’69, se dobbiamo rifarci alla cristallizzazione del vino di allora, il bianco non era certo un verdolino, somigliava molto di più al vino di adesso. Eppure le commissioni fatte dai tecnici usano il criterio del vino più alla moda al momento”. 

E se non piace il colore, che succede?

“Lo fanno rivedibile. Lo puoi rimandare corretto. Oppure lo declassi a Igt. Se te lo bocciano puoi chiedere a una commissione ministeriale. Ma la legge qui è assurda. Ho pagato 270 euro per poter chiedere una valutazione. Che va chiesta a una grande commissione tecnica, che si riunisce a Roma ma solo quando ci sono almeno cinque vini da discutere. Il mio l’ho mandato l’anno scorso e a oggi è ancora fermo. Almeno ridatemi i 270 euro”. 

Non sono anacronistiche queste commissioni?

“Il sistema migliore è quello spagnolo. Il consorzio si preoccupa di fare panel formativi a estranei che fanno parte delle commissioni. Visto che è il consorzio che redige il disciplinare, mi sembra che sia il più titolato. Ma forse sarebbe meglio chiudere le commissioni e fare solo le analisi. Bisognerebbe  valutare solo se un vino è tecnicamente fatto bene e stabilire la corrispondenza con il vitigno del territorio”.

A proposito di disciplinare, il Cirò ha avuto una modifica assurda, nel 2010. 

“Sì, si è aggiunta la possibilità di usare, oltre al gaglioppo, il 10 per cento di Cabernet Sauvignon e Merlot. Non solo: si è ammesso un massimo del 20 per cento di tutte le varietà iscritte nell’albo della Regione Calabria. Si dirà: niente di grave, saranno i vitigni calabresi. E invece qualche anno dopo, nell’albo sono stati iscritti Montepulciano e Syrah“.

Torniamo al naturale. Non è una reazione “naturale” a troppa tecnologia?

“Il problema vero dell’uso scellerato della tecnologia è che ormai ci sono aziende che ti danno il protocollo di vinificazione. Se usi quel lievito, quell’enzima, se aggiungi questo tannino, allora ti viene un vino perfetto. Persino l’enologo a questo punto è superato. Rischiano il posto di lavoro. C’è il kit di vinificazione. Una noia assoluta. Non sai nulla di vino, nulla ti appassiona, eppure fai il vino perfetto”. 

Che perfetto non è, naturalmente. La vera questione, per me, è la standardizzazione del gusto.

“Per me la questione dovrebbe essere etica. Come nello sport, quando uno sportivo migliora le sue prestazioni con il doping. Hai uve mediocri, ma riesci a fare un vino più  profumato, più intenso, più colorato. La differenza dovrebbe essere questa: mi sforzo di coltivare un’uva buona. Invece ci si è concentrati sull’aspetto salutistico, ma è un’arma a doppio taglio. Non usi i solfiti e ti dicono che usi le ammine biogene, l’acetaldeide. E poi c’è un’obiezione incontrovertibile: l’alcol fa male“. 

Vero. Ma resto convinto che la questione sia il gusto. Il vino di Cataldo Calabretta ha valore perché è unico, inconfondibile. Può piacere o meno, ma è diverso dagli altri.

“Ti racconto un anedotto. A un convegno di Vinitaly di diversi anni fa, quando era molto in auge, Luca Maroni ci spiegava: “Sapete perché hanno successo Coca Cola e Fanta? Per lo zucchero. Perché sono dolci. E allora fate anche voi così, aumentate il residuo zuccherino. Così passi dalla Coca Cola e un rosato fresco e dolce e non ti accorgi neanche del passaggio”.

Brividi. Comunque sia, il naturale può essere criticabile sotto molti aspetti, ma risponde a questa esigenza di uscire dal coro. Poi, certo, è un attimo che ci si ritrova in un altro coro.

“Quello che non mi piace del mondo del naturale, è l’eccessiva ortodossia. L’atteggiamento di chi si dice duro e puro e che trova negli altri il male, il nemico. Non è così, spesso dall’altra parte non ci sono produttori disonesti. Quello che conta di più, a mio avviso, sono le mode. A Parigi mi hanno dato un naturale della Côtes-du-Rhône che era una ciofeca vera. Gli ho detto: tu sei pazzo, a 30 euro, mi rifili questa roba”.

In Calabria si beve moltissimo rosato, molto rosso e pochissimo bianco. 

“Sì, anche se ora è in crescita il bianco. Vent’anni fa, nei ristoranti calabresi si trovavano solo vini campani. Dieci anni fa, solo siciliani. Ora si trova qualche Cirò bianco, che è fatto con greco bianco e malvasia. Non si usava il bianco, perché in Calabria non c’è mai stata la cultura del pesce a tavola. L’ansonica veniva usato per fare il rosso. Sono appena stato in Borgogna, dove fanno un vino che dicono in stile cistercense: mettono uva bianca per fare vini rossi delicatissimi. Da noi era uguale”.

E il rosato?

“Quello calabrese è uno dei migliori d’Italia e a tavola dà molta soddisfazione. Bisogna stare solo attenti che non ci sia troppo passaggio di tannino. Intendiamoci siamo ancora indietro come consumi: la Francia fa 300 milioni di bottiglie di rosato, l’Italia solo 30″. 

I calabresi non conoscono i vini calabresi. E’ un paradosso ma si fa fatica a trovarvi, voi giovani produttori. 

“Non è facile farsi conoscere, del resto io vendo il 50-60 per cento del vino all’estero, soprattutto in Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Francia. Poi c’è la Germania che, a causa degli immigrati calabresi, è il più grosso consumatore di Cirò. Anche se, purtroppo, anche in questo caso il prezzo deve essere bassissimo per arrivare su quel mercato. Sotto i quattro euro. E noi non ci stiamo dentro“. 

Segue

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