De Franco di ‘A Vita sulla Cirò revolution: “La rinascita del vino calabrese, con Gaglioppo e Mantonico”

De Franco di ‘A Vita sulla Cirò revolution: “La rinascita del vino calabrese, con Gaglioppo e Mantonico”

De Franco di ‘A Vita sulla Cirò revolution. Alle lezioni della Federazione italiana sommelier, qualche mese fa il bravo Giovanni Lai, arrivato alla Calabria, storceva il naso: “Non è la mia regione preferita, quanto a vino”. Molto prima di lui, storceva il naso Mario Soldati, che trovava il vino calabrese, in particolare il Cirò, “magro e acidulo”. Diffidenze comprensibili, perché per decenni la Calabria del vino ha arrancato, preferendo produzioni vaste di vini a basso costo e bassa qualità. Un’identità confusa, disciplinari non rispettati, garbugli onomastici (gaglioppo per magliocco, mantonico per montonico, greco bianco per greco di bianco), poche aziende, poca collaborazione, poco marketing.

Fino agli anni ’80, prima tappa di una piccola rivoluzione, che ora si sta completando, per premiare una regione che ha ben 218 vitigni autoctoni. Negli ultimi dieci anni tutto sta cambiando ancora rapidamente. Dalle parti di Cosenza, con i 50 produttori della nuova doc Terre di Cosenza, a base di magliocco. Ma soprattutto con la riscoperta del Cirò, la doc più nota della regione, e del suo vitigno principe, sua maestà il gaglioppo.

Giovani produttori crescono, già chiamati molto impropriamente Cirò boys (i Barolo boys erano, semplificando, di ideologia opposta). Il loro motto, incredibile a dirsi in Calabria, è collaborazione, amicizia. E così cinque produttori di Cirò hanno scelto di unire le forze e di provare a far camminare il rinascimento del vino calabrese. Che sembra aver preso forma proprio negli anni più bui del Cirò, con la farsa della modifica del disciplinare (qui ben raccontata), e l’introduzione dei soliti vitigni internazionali (cabernet, merlot, sauvignon) a sciacquar via identità e a far calare ancora i prezzi.

Da allora molto è cambiato e un grande produttore storico come Librandi, contrario alla modifica, di recente è entrato a far parte del consorzio del Cirò, ottenendo la presidenza con Raffaele Librandi (in consiglio c’è anche il figlio Paolo). Un bel segnale per i produttori. Anche per i giovani della Cirò revolution. Tra i quali c’è Francesco De Franco, che abbiamo incontrato nelle sue vigne, dove produce il Cirò ‘A vita insieme alla compagna friulana Laura Violino. E dove lavora in purezza il gaglioppo, vitigno che dà spesso un vino austero, spigoloso, dal colore scarico (c’è chi l’avvicina al Nebbiolo), con tannino vigoroso e buona acidità.

Quando ha cominciato a produrre vino?
“Ho iniziato a vinificare il vino nel 2008. Facevo l’architetto, ho vissuto a San Marino a lungo, poi ho studiato eonologia a Conegliano Veneto, ho fatto qualche stage e sono tornato in Calabria. Ho otto ettari di terreno e produco 20 mila bottiglie all’anno”.

I riconoscimenti arrivano copiosi. Perfino il New York Times vi ha incoronati, qualche anno fa.
“Sì, i riconoscimenti ci sono, ma non sono proporzionali ai successi economici”.

La Calabria stenta a decollare. Lei è nel consorzio del Cirò: qual è la situazione?
“Ci sono una quarantina di produttori, il doppio rispetto a qualche anno fa. Chi vendeva uva e ne aveva una quantità considerevole, si è messo a produrre. Ma le vendite sono stabili. E gran parte del vino è venduto in Calabria”.

In effetti si fa fatica a bere vino calabrese in giro per l’Italia, in proporzione alle altre regioni. Perché?
“Ci abbiamo messo del nostro. Ma ora i vini sono migliorati, in media sono buoni. E’ un sapere più da protocollo enologico che da storia e cultura, ma comunque ci siamo. Il problema è che abbiamo un’identità confusa. E i prezzi sono ancora molto bassi”.

Partiamo dalla Doc del Cirò. Non è parte del problema? Ci sono ottimi vini a base Gaglioppo che non sono doc.
“Ma no, la doc del Cirò c’è, risale al 1969 e anche un’azienda importante come Librandi, per quanto abbia tra i vini di punta degli Igt, come il Gravello, non può fare a meno di fare il Cirò. Il fatturato lo fai lì, con il Cirò”.

Quali sono i suoi concorrenti più bravi?
“Concorrenti? Nessuno. Finché vedi il tuo vicino come concorrente non hai capito niente. Tutti noi che facciamo Cirò stiamo dalla stessa parte”.

Giusto, mi correggo. Allora parliamo dei cinque della Cirò revolution, che lei ha promosso. Nel nome di un vino biologico, non interventista in cantina, lontano dall’abuso di legno e barrique, da chiarifiche spinte e lieviti selezionati.
“Sì sono un gruppo di aziende piccole, giovani, che hanno deciso di fare eventi insieme, di fare squadra. Tra gli altri ci sono Cataldo Calabretta, Sergio Arcuri, i fratelli Scilanga di Cote di Franze, Sergio Arcuri, Margherita Parrilla di Tenuta del Conte”.

Fare squadra, mica poco per una ragione come la Calabria.
“Sì, anche al Vinitaly abbiamo scelto di presentarci tutti insieme nel padiglione della Regione. Io, per dire, ero al Vivit, e Cataldo nella Fivit. Ma abbiamo pensato che dovevamo stare insieme, a rappresentare il volto della Calabria”.

Lei ha partecipato alle fiere dei vini naturali.
Ora non più, non mi posso permettere di andare a troppe fiere. E comunque non vado in giro a dire che vendo vini naturali. Ho un modo di lavorare che si avvicina, ma quello che conta è il risultato”.

Come si fa a non usare prodotti chimici in vigna?
“Io uso solo rame contro la peronospora e zolfo contro l’oidio. Per il resto c’è la tignola, contro la quale si usa un batterio, il bacillus thuringiensis”.

Lei usa quasi solo gaglioppo.
“Sì tre vini su quattro sono gaglioppo 100 per cento. Da poco ho impiantato anche il Mantonico, ma uscirò tra qualche anno con il primo vino”.

Il mantonico è una riscoperta recente.
“Sì, è un’uva molto interessante, è il grande bianco italiano. Molto meglio del greco bianco di Calabria, che è stato usato storicamente soprattutto come uva da taglio del gaglioppo, come si usava il trebbiano e la malvasia per il sangiovese”.

Per ora lo producono in purezza Librandi, Statti e l’Acino.
“Sì, è un’uva che può dare grandi sorprese. E’ assimilabile un po’ al Grillo in Sicilia, un’uva che in terreni caldi può dare vini di grande acidità e longevità”.

Fuori dal cirotano, avanza il Magliocco, soprattutto nella doc Terre di Cosenza.
“Sì, anche se è un vitigno che risente molto di un’impostazione internazionale e si adatta molto di più del gaglioppo all’uso della botte piccola”.

La barrique è una moda che sta passando di moda. O no?
“Ognuno fa le sue scelte. Se uno usa molta barrique e vende molto, puoi dare torto ai suoi consumatori? Io uso molto acciaio, come molti piccoli nuovi produttori della zona, e solo per la riserva uso una botte grande di Garbellotto. Ma sono contrario agli approcci ideologici. Non ha senso fare la guerra alla barrique, così come bisogna stare attenti a dire agli altri cosa fare. Si va a momenti: ora c’è l’acciaio, ma c’è anche la moda dell’anfora e del cemento. Sono scelte”.

Che dipendono anche dalle attitudini e dalle dimensioni dell’azienda. C’è chi beve Librandi da 30 anni e non si schioda da lì.
“Certo, vuol dire che funziona, che piace. I vini di Librandi hanno un rapporto qualità prezzo eccezionale. Se poi vuoi trovare nei suoi vini un’espressione particolare di determinate vigne o annate, beh lì è difficile. Se fai 500 mila bottiglie hai un approccio necessariamente diverso da chi ne fa 10 mila. Ma sono mercati e approcci diversi. Noi piccoli portiamo avanti il nostro, tutti insieme”.

Il resto starà al mercato. Prima o poi si accorgeranno del Cirò e del vino calabrese anche i critici, le enoteche, i ristoranti, la grande distribuzione. E, si spera, anche i consumatori.

  • Per chi volesse saperne di più sul Ciro, si legga il bel libro di Giorgio Fogliani “Cirò, i luoghi del Gaglioppo”, Possibilia Editore

Intervista a Francesco De Franco – ‘A Vita

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