Se famo ‘Na Biretta? Alla scoperta di Birradamare, il birrificio di Fiumicino

Se famo ‘Na Biretta? Alla scoperta di Birradamare, il birrificio di Fiumicino

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Birra da mare. O birra da amare. Questo il nome del birrificio di Fiumicino che siamo andati a visitare. Forse il nome può dirvi poco, ma chi non ha mai sentito parlare di ‘Na Biretta? O di Birra Roma? Ormai si trova nello scaffale o nel frigo di ogni buon locale che si rispetti. Si sta affermando meritatamente su Roma e non solo, tanto da diventare un fiore all’occhiello tra le birre artigianali laziali. Ma non è tutto. Ha una storia appassionante alle spalle.

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Siamo nel lontano 2004 quando due amici originari di Ostia, Massimo Salvatori, ristoratore, e Elio Miceli, fiorista, si incontrano una sera come tante per bere una birra. Vanno da Starbess (oggi Beere), dove il mastrobirraio americano Mike Murphy, pioniere della birra artigianale nella capitaleha aperto uno dei primissimi brew pub a Roma. Chiamasi brew pub la birreria che produce e serve direttamente ai propri clienti il prodotto. Il signor Murphy produceva circa otto-nove tipi di birra artigianale in quantità modeste (circa 150 litri). Ora vive in Danimarca, dove ha costruito la più grande microbirreria del Paese, non prima di aver trasmesso la sua arte ad un bravissimo allievo, Leonardo Di Vincenzo, ideatore del progetto Birreria del Borgo.

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Bevendo buona birra artigianale e chiacchierando delle passioni comuni, Elio e Massimo cominciano qualche esperimento casalingo, testano ricette, provano a mettere insieme qualche idea finché, dopo un anno, fondano la loro società Birradamare e aprono un piccolo locale, un brew pub, sul pontile a Ostia, che chiamano Boa (Birrificio, Ostiense, Artigianale). L’obiettivo è la produzione di birra artigianale cruda, senza alcun trattamento. Il progetto si rivela un successo. Molto più di quanto i due soci potessero immaginare: d’estate ragazzi del posto, ma soprattutto da Roma, vengono a bere birra al Boa, complice il clima rilassato e piacevole che si respira. Immaginate che mentre degustate un boccale di birra, vi vengano offerte noccioline a profusione (sì, proprio quelle che si davano allo zoo alle scimmie). Le noccioline si mangiano, le bucce si tirano. A terra. Il consumo di birra aumenta a dismisura: da 200 litri a settimana a 200 litri al giorno. In totale si producono 800 ettolitri di birra, tutti consumati nel locale. Ma il segreto qual è? La semplicità. La gente si rende conto che la Pils e la Bock del Boa sono delle ottime birre non pastorizzate e non filtrate. In fin dei conti non ci sono veri segreti, se non una ricetta studiata ad hoc, una ricerca attenta, feedback con il pubblico per studiarne i gusti e offrire sempre il massimo, aggiornamenti costanti e voglia continua di migliorare.

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Nel 2007 arriva il terzo socio e le cose si fanno più semplici. Giovanni è un birraio esperto e prende subito in mano la produzione nonché la gestione del locale. Ora Elio e Massimo sono meno carichi di lavoro. E, si sa, a star fermi si inizia a pensare. Qualche volta in grande. Dal pensiero ai fatti passano pochi anni, perché nel 2010, sulla scia dei successi ottenuti al Boa, si decide di spostare la produzione a Fiumicino. Così da brew pub il raggio d’azione aumenta fino all’imbottigliamento e alla vendita a terzi e Birradamare diventa un vero e proprio microbirrificio. Non solo: si cerca di produrre il più possibile internamente. I soci affittano due campi a Maccarese e a Prima Porta per la coltivazione delle materie prime (da ottobre sappiate che il 70% della loro birra vanterà una produzione propria di orzo). Le ricette si evolvono e si raffinano: c’è una particolare attenzione ai lieviti. Ad esempio scopriamo che quelli a bassa fermentazione sono meno invadenti a livello organolettico, quindi il bouquet esalta la materia prima, il malto.

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Come sono nati questi nomi simpatici? ‘Na Biretta nasce semplicemente da una frase che a Roma si dice spesso: “Stasera ci facciamo ‘na biretta?”. Per esempio Kuasapa, prodotto molto amaro frutto di un blend di amari di luppoli americani ed europei, è un nome che rievoca il “quasi Apa”. Quando la semplicità sorprende

Ma quali difficoltà si incontrano in Italia a produrre birra artigianale? Il nostro Paese è una bandiera mondiale del buon vino. A produrre vino non si pagano accise, mentre la birra ne paga una pari 2.35 per ettolitro grado. L’accesso ai finanziamenti è molto difficile, ma fortunatamente è un mercato che sta conoscendo un momento florido e, complice la maggiore attenzione ai prodotti naturali e genuini, i microbirrifici proliferano.

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Una curiosità: le spillature. Sapete quante ne esistono? Ne abbiamo raggruppate tre macrocategorie. Spillatura alla tedesca, in tre tempi, livello di schiuma molto alto, che fa da "cappello". Spillatura belga, in cui l’eccesso di schiuma viene tagliato con una spatola, ma ne resta una buona parte. Spillatura inglese: viene aperto il bicchiere prima di inclinare il bicchiere così che non si formi nessuna schiuma. (Nella cultura inglese se si trova della schiuma ci si lamenta che il bicchiere non è effettivamente pieno).

Oggi Birradamare ha cinque produzioni fisse: ‘Na Biretta chiara, Birra da mare Rossa, la Biologica, Birra Roma ambrata e Birra Roma bionda. Inoltre la gamma comprende dodici produzioni stagionali, che vanno dalla birra alle castagne, a quella carciofi e rosmarino, a quelle di Natale. Si definiscono birra fatta con il cuore. Ma oltre al cuore anche tutti i sacri crismi.

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2 Comments

  1. Riccardo
    luglio 17, 07:34 Reply

    Mi sono fermato a "birre doppio malto". 

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