Corrado Dottori attacca la moda di certi vini naturali: “Omologati e fighetti, come la barrique degli anni ’90, come i surmaturi del 2000”

Corrado Dottori attacca la moda di certi vini naturali: “Omologati e fighetti, come la barrique degli anni ’90, come i surmaturi del 2000”

Corrado Dottori attacca la moda di certi vini naturali. Corrado Dottori è un giovane produttore che ha aperto la sua azienda, la Distesa, nel 2000 (a Cupramontana, Ancona). Molto conosciuto nell’ambiente dei vini naturali, anche perché ha partecipato al film “Resistenza naturale“, di Jonathan Nossiter, martedì ha pubblicato un post esplosivo. Che attacca frontalmente un certo modo di fare, e soprattutto di vendere i vini naturali, certi vini naturali. Che, partendo dall’ottimo presupposto di creare vini non omologati e alternativi al mercato, stanno finendo per diventare un nuovo paradigma noioso e soprattutto ri-omologato. Come scrive lui stesso: “Bianchi iper-acidi, rossi super floreali e leggeri, pet-nat a garganella“. J’accuse che riproduce analoghe accuse e argomentazioni già sentite, ma che è più forte perché arriva da uno dei protagonisti della rivoluzione naturale. Ecco il suo post integrale. Il dibattito è aperto (e già si è scatenato sul profilo Fb Boicotta Intravino).

“Prendi dell’uva bianca e raccoglila prematura così da avere un pH basso (così puoi anche non aggiungere solforosa).
Prendi dell’uva rossa e raccoglila presto, poco importa la maturazione del vinacciolo, tanto farai una macerazione carbonica con il grappolo intero, con poca estrazione di tannino.
E poi prendi del mosto in fermentazione e imbottiglialo con ancora qualche grammo di zucchero da svolgere, in modo da fare un bel frizzantino. 
Ah, e acquista un’anfora in cocciopesto per farci una bella macerazione lunga di qualche uva bianca, importante sia molto autoctona, molto italiana.
Ecco, ora hai la gamma completa. Vini glou glou, vini “da beva compulsiva”, vini da sete, vini che bevi a secchiate, maceratoni da competizione.
Disimpegno e leggerezza!
Di uva ne trovi parecchia in giro, non c’è bisogno che la coltivi. Che impari a potare una vigna. Scegli un qualche anziano che conferisce alla cantina sociale e gli compri al doppio del prezzo di mercato qualche quintale d’uva. In alternativa, se proprio vuoi fare degli investimenti, allora trova un paio di consulenti in biodinamica, ce n’è parecchi oramai in circolazione. In attesa della cantina puoi vinificare in conto terzi da qualcuno bravo, te lo trovo io. L’importante è che fai i vini come voglio io. Il tuo distributore.

Eccolo il vino del distributore. Il “vino da catalogo”. Eh sì.
Lo “stile naturale”.
Il “gusto naturale”.
Ci siamo arrivati alla fine. Quella roba lì, ci siamo capiti. Bianchi iper-acidi, rossi super floreali e leggeri, pet-nat a garganella ed una generale sensazione di omologazione culturale prima ancora che gustativa. Vini che si vendano bene nei posti fighi, dentro a metropoli gentrificate dove tutto ciò che suona “naturale” sembra cosa buona, pulita e giusta.
Ci siamo di nuovo, verrebbe da dire. Come la barrique degli anni novanta, come i surmaturi degli anni duemila.
Vorrei che fosse chiaro che noi con questa deriva non ci vogliamo c’entrare nulla”.

 

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