Resistenza naturale, tra vino e cinema Nossiter colpisce ancora

nossiter resistenza naturale

Resistenza naturale di Jonathan Nossiter. Chi ha visto Mondovino, che anni fa svelò i segreti del vino globalizzato e industriale, in mano alla famiglia Mondovi, alle multinazionali e agli enologi, può intuire come sarà il nuovo film di Jonathan Nossiter (in uscita in Italia per Lucky Red il 29 maggio, dopo esser passato al festival di Berlino). Che questa volta rovescia il paradigma: là dove c'era la denuncia di uno stato delle cose, dura ma sul filo dell'ironia, ora c'è il racconto dei nuovi "resistenti". I "rivoluzionari" del vino, con i piedi ben saldi nel passato ma lo sguardo diretto nel futuro. Nossiter ci dice che un altro mondo è possibile. Che non tutte le bottiglie sono uguali e che dietro si nascondono passione, coraggio, intelligenza e fatica. Vedere i volti, intensi e belli, di Elena Pantaleoni (la Stoppa), e di Stefano Bellotti (Cascina degli Ulivi), sentirli parlare di vino e vita, di disciplinari e terra, rende più di mille articoli che decantano le virtù dei vini naturali e deprecano la mediocrità standardizzata dei vini industriali. 

Nossiter sceglie di fare un montaggio alternato delle sue interviste ai viticoltori con scene di repertorio della Rai e spezzoni di vecchi film. Si succedono Corrado Dottori e il Chaplin della Febbre dell'Oro, la scimmia di Oshima (Max Amore mio) e Giovanna Tiezzi, Pier Paolo Pasolini e Stefano Borsa. Nossiter mette in scena i suoi cavalli di battaglia: il passato e il futuro, la natura e il progresso, l'artigianalità e l'industria, il capitalismo e l'etica. Evita il rischio della propaganda, usando uno sguardo spesso ironico. Sfiora pericolosamente il tono eccessivamente elegiaco, ripiegando su una narrazione frammentata e antiretorica. E (fortunatamente) non percorre le strade dell'inchiesta giornalistica alla Report, restando nel campo del cinema puro, sia pure documentaristico. I momenti più belli sono quelli nei quali la forza delle immagini si lega alla potenza delle parole e dei volti. Quando Stefano Bellotti mostra la sua zolla di terra "ribelle", irregolare e umida, e la confronta con quella "chimica" presa dal campo del vicino, tristemente marroncina e compatta (non sarà contento, il vicino, del film). La vita e la morte, chiosa Nossiter. L'immagine plastica di cosa voglia dire coltivare rispettando la natura. Certo, il rischio della logica binaria, della semplificazione naïf e del manicheismo, è sempre dietro l'angolo. Ma il film è bello anche per i suoi difetti, perché fa pensare, e porta alla luce con forza ed entusiasmo una realtà che pochi conoscono. Nossiter lo fa con il suo stile di ripresa, con camera a mano e immagini mosse, che può non piacere e può apparire amatoriale ma non è: risulta evidente la volontà di mimare o evocare la "naturalità" del vino di cui si parla e di dare coerenza alla forma e al contenuto. 

Il mito della campagna c'è ma è fortunatamente desacralizzato. Con una bella animazione di Chiara Rapaccini, che prende in giro la logica del Mulino Bianco, ma anche con un Mario Soldati che filosofeggia sulla bellezza della vita contadina, e poi si allontana in una nuvola di polvere sollevata dalle cinque macchine e dalle due moto della Rai che non c'è più. Il passato è bello se resta passato. Va bene l'ortodossia etica, il radicalismo naturale, ma solo se applicato al contesto della modernità, altrimenti rischia di diventare sterile e di soccombere. Illuminante il dialogo tra Dottori (ex bocconiano pentito e convertito sulla via del vitigno) e Bellotti (contadino coltissimo e intelligente). Il primo spiega che vende il suo vino base a 12 euro per 5 litri. Bellotti trasecola: "E come fai? Facendo pagare gli altri tuoi di più immagino". Ma, spiega Bellotti, il prezzo dà anche valore alle cose e fare il vino in un certo modo costa sudore e soldi. E solitudine, come racconta la bellissima scena della Pantaleoni, alle prese con la campagna e con l'unico conforto di un cane a cui chiedere consiglio (splendide certe immagini bressoniane di animali nel film e non a caso c'è una scena di Au Hazard Balthazar). 
Insomma, la via stretta da percorrere è quella che sta alla larga dalla ferocia economicista della grande industria, basata sullo sfruttamento e sull'omologazione, ma che si guarda anche dal rischio della demagogia nostalgica e della semplificazione passatista. Non un'autostrada, ma neanche uno sterrato di campagna. Guardare il film di Nossiter è un buon modo per cominciare a conoscerla questa via. Un altro è quello di bere un buon bicchiere di Macchiona della Stoppa o un Semplicemente Rosso di Cascina degli Ulivi.