Ristoranti e crisi, la profezia di Igles Corelli: “I trentenni finti gourmet rinunceranno ai piatti fighi da social”
Ricordati che devi morire. E’ piuttosto divertente – ma no, è terrificante – leggere in questi giorni chi si esercita a predire il futuro della ristorazione. Tutti gli operatori del settore, naturalmente, sono disperati. E tutti, in questi giorni tremendi, di isolamento, disagio e incertezza, si guardano intorno, preoccupati per sé naturalmente, oltre che per gli altri.
La crisi rende nervosi, talvolta ingenerosi, talvolta feroci. Solo le anime belle (o i seguaci di Rousseau e di Pestalozzi) pensano che l’uomo sia naturalmente buono. Quell’altro diceva homo omini lupus. In mezzo c’è l’insicurezza, l’ansia, il rancore, l’ingenerosità, e molto altro ancora. La situazione, comunque sia, può diventare l’occasione giusta per qualche sfogo e per qualche resa dei conti. Prendiamo il grande chef Igles Corelli. In un testo pubblicato da Repubblica Sapori, predice la fine dei “fine dining” e “la rivincita delle vere trattorie”. A parte che il suo storico Trigabolo era un due stelle Michelin, non proprio vicino a una trattoria rustica. Non parliamo poi delle Mercerie, delizioso locale romano, che però prevede lasagnette gourmet e una formula che non ricorda neanche da vicino quella di una trattoria. Detto questo, Corelli la mette giù così:
“Molti ragazzotti sotto i trenta anni e anche sotto i venticinque che hanno aperto ristoranti finti stellati, gourmet nell’arredo complessivo e insapore nei piatti, con formidabile ego dopo qualche spesso piccola esperienza da blasonati si troveranno a mal partito e dovranno rinunciare ai piatti fighi da social, ai like, alle foto patinate dei fotografi superfood, insomma a tutto quel mondo che si dovrà dare una bella regolata. Se andranno veloci e sapranno riciclarsi con qualche nuova/vecchia idea si salveranno, altrimenti ciao ciao e torneranno a fare, forse, i capi partita, probabilmente all’estero e nemmeno subito. I genitori e i nonni, che avevano messo i quattro soldi per partire, si leccheranno le ferite e passeranno il tempo a saldare il conto con la banca di riferimento”.
Dunque, il Corelli se la prende con i ragazzotti infratrentenni, che hanno l’ardire di provare il gourmet, mica come lui, naturalmente a causa del “formidabile ego“. Ma moriranno, dice l’aruspice, si troveranno “a mal partito” e “dovranno rinunciare ai “piatti fighi da social“. Si devono dare “una bella regolata“. Altrimenti “ciao ciao“, dice affranto Corelli. Decisamente, una grande dimostrazione di solidarietà da parte del grande chef. Che spiega come questi sfigati di “ragazzotti” torneranno a fare “i capo partita”, nemmeno in Italia, che non li vogliamo, ma all’estero “e nemmeno subito“.
Com’è umano lei, chef Corelli. Tra le altre cose ci dice che “un terzo dei ristoranti chiuderanno“. E poi “andranno forte le VERE trattorie con cibo buono e goloso”, come la sua. Basta con il rigore monacale dei fine dining, basta con il vociare confuso della gente: “Ci vorrà della musica di contorno, forse anche un po’ di teatro perché la gente avrà tanta voglia di stare insieme”.
La conclusione è esemplare: “I grandi rimarranno grandi se anche essi faranno un minimo, qualcuno anche di più, di bagno di umiltà, in cucina ma anche umanamente”. Ma proprio un minimo, un’unghia di umiltà. Per il resto, assicura Corelli, che alla fine del pezzo sembra pervaso da una vera disperazione empatica per chi non sopravviverà: “Ce la faremo, ma lasceremo in strada parecchia gente. E’ il mondo, purtroppo! “. Amen.
