Tre libri sul cibo da leggere / I magnifici Tre di Er Murena

Tre libri sul cibo da leggere / I magnifici Tre di Er Murena

Tre libri sul cibo da leggere / I magnifici Tre di Er Murena. Capitolo 1

Aldo Buzzi, Uovo alla Kok, 1979 (Adelphi). Il piacere della lettura ironica, lieve, malinconica. Un anti ricettario, un diario di vita. Un genio trascurato della letteratura, anche se lui non userebbe la parola genio. La ricetta della piacentina “picula ad caval”, con carne di cavallo, si conclude così: “Un lontano, quasi impercettibile nitrito, avvertirà a chi ha dimestichezza con i cavalli che la tortura è terminata”. E poi il brodo della pensione, l’ultima cena: ”Portare a ebollizione il brodo (lungo ma grasso) in una pentola d’alluminio non perfettamente pulita. Gettare la pastina (stelline). Chiamare un’amica al telefono e stare al telefono il doppio del tempo necessario alla normale cottura della pastina. Spengere il gas e quando la minestra è quasi fredda, portarla in tavola e servirla nelle fondine gelate augurando buon appetito. Grazie altrettanto”.

Paolo Monelli, Il ghiottone errante, 1935 (Slow Food Editore). Andava per osterie, negli anni ’30, quando i giornali esistevano ancora e capitava che la Gazzetta di Torino ti mandava ad assaggiare e a raccontare. Scriveva come un dio e ti faceva venir fame e ti faceva venir sete. Usava tutti i sensi e anche il punto e virgola. Senti l’albana (leggilo ad alta voce, sentilo vibrare): “Cara albana. Non importa se per definirne il colore non ho rovato altro paragone che il lucide per scarpe gialle. Ha quel colore compatto; ma è cordiale, ladina, ambrata. Provate a berla dal colle di Bertinoro aizzandola con salamino di Romagna o con il mosaicato culatello di Busseto, o con l’odorosa saporosa biancarosa mortadella di Bologna…Altri vini sono più austeri, altri più concisi, certo; ma di quale vino si può dire come di questo, che l’ebbrezza comincia col berne il nome? Albana: sentite che sillabe liquide, che suono di terra lontana, con quelle tre “a” che per pronunciarle dovete atteggiare la bocca nello stesso modo che per afferrare l’orlo del bicchiere, con quella “elle” lunga come una bevuta. Albana, albana; conosco gente che ci s’è inciuccata solo a ripeterne il nome”.
E il sangiovese? “L’altro vino di Romana, il sangiovese, è un’altra cosa. E’ atticciato e solido come questi romagnoli che vengono ai mercati avvolti nella capparella come in un manto romano e parlano un idioma ardito e acceso. E’ una via di mezzo tra il lambrusco e il chianti; del chianti ha il profumo, ma è più energico; del lambrusco ha l’arditezza, ma è più orgoglioso. I tortelli non vogliono altra tomba che questo vino potente, essi che riproducono nella forma l’ombilico delle floride donne bolognesi, e son gentilini d’aspetto, ma tarchiati di contenuto…Il sangiovese è il vino delle rivoluzioni, delle spedizioni punitive…Il romagnolo ci s’avvolge come nelle pieghe del suo mantello, e va animoso incontro alla sua guerra: s’à càsc a càsc in tèra, ‘zidèint a chi ‘m tol sò, se cado, cado per terra, accidenti a chi mi tira su”.

Knut Hamsun, Fame, 1890 (Adelphi). Non è un lbro di cucina, né tantomeno di ricette. E’ un romanzo, breve e potente come un’agonia, il delirio di un uomo povero per cui mangiare, riuscire a trovare qualcosa da mangiare, è diventata un’ossessione. La fame è un’atroce compagna di viaggio, una droga che dà allucinazioni. Un romanzo che ti insegna la dignità della vita, il valore del cibo e “il mistero dei nervi in un corpo affamato”. “Feci ancora un tentativo per destarmi da quello strano intontimento che mi filtrava in tutte le membra come una nebbia. Provai ad alzarmi, battei le palme sulle ginocchia, tossii con tutta la forza che mi rimaneva… e ricaddi sul letto. Tutto inutile. Stavo morendo a occhi aperti abbandonato a me stesso. Infine mi misi l’indice in bocca e incominciai a succhiare. Allora il cervello incominciò ad agitarsi e un pensiero vi si formò timidamente, un’idea folle: e se mordessi? Senza riflettere chiusi gli occhi e strinsi i denti”. Forse a lui si riferiva il compianto Steve Jobs quando coniò il suo slogan motivazionale: “Siate affamati, siate folli”.

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