Cirispaccio Milano. Di gente nota ne ha vista tanta, ma mica tutta la riconosce: “L’altro giorno mi hanno detto che è arrivato Salvatore Accardo. Ma boh, chi l’aveva mai visto in faccia?”. Comunque sia, il salernitano Cosimo Mogavero, visto il successo dell’adiacente e ottimo Ciripizza, in via Canonica angolo Paolo Sarpi, ha pensato bene un paio di anni fa di aprire un locale di cucina campana: Cirispaccio. Ennesima iniziativa di un imprenditore pizzaiolo, pioniere della pizza di qualità, che dopo 40 anni di lavoro, non è ancora stanco di inventarsi nuovi progetti.
Cirispaccio, diciamo subito, non è un ristorante vero. La potremmo definire una tavola calda, se il nome non fosse stato rimosso dal lessico gastronomico come tanti altri, magari recuperati in chiave vintage (spaccio, taverna, bottiglieria) . Qualcuno potrebbe chiamarlo fast food, e avrebbe ragione, considerando la rapidità del servizio e dell’arrivo dei piatti (anche eccessiva). Ma avrebbe torto riguardo alla qualità. Comunque sia, scordatevi tovaglie di stoffa, calici eleganti e posate d’argento: qui vige una frugalità estetica e funzionale d’altri tempi (del resto se arrivassero le posate biodegradabili a pagamento, ci sarebbe la rivolta degli indignati). Insomma, la forma da Cirispaccio conta poco o nulla, è la sostanza che comanda.
Qui si prepara e si serve cucina campana, con una lista breve di piatti chiave della tradizione e materie prime d’eccellenza. Ma si vende anche al dettaglio: c’è la pasta Setaro, il formaggio caciocchiato del caseificio La Conte, la mozzarella Barlotti di bufala e molto altro ancora. Sotto lo sguardo di un gallo impagliato, Cosimo ci apparecchia la cordialità tipica del mezzogiorno, con la pericolosissima frase d’ordinanza: “Faccio io un misto, così assaggiate tutto?”. Se fossimo altrove, ci sarebbero le premesse per circonvenzione di cliente, ma da Cirispaccio andate tranquilli.
E così arrivano in sequenza piatti come il sartù di riso, la mozzarella di bufala, la mozzarella affumicata, la parmigiana, la porchetta, i paccheri con i pomodorini gialli.
E la scarola con fagioli (sulla cui bontà i commensali sono divisi). Ma ci sono anche degli straordinari tarallucci con le mandorle, che il nostro oste ammanta di improbabile nobiltà storica: “Sono quelli veri, quelli di tarallucci e vino“. Il vino, a proposito, è locale, campano: lista brevissima e poca scelta. Ma qui la scelta non è un valore: qui si mangia quel che si trova e quel che ti offrono e il risultato è notevole.
Da provare anche gli ziti alla genovese (9 euro), dove la genovese è il famoso ragù di cipolle cotte un’infinità di tempo; la trippa alla partenopea (8 euro) e il galletto alla diavola cotto a legna (10 euro).
Per finire, non può mancare la sfogliatella, che Cosimo ci serve in un piattino con un paio di forbici: “Così si taglia meglio”. Tagliamo e apprezziamo.
Infine, si arriva al fatidico conto. I timori sono presto dissolti: nonostante l’abbondanza di piatti in degustazione, e una bottiglia di Aglianico, ce la caviamo con una ventina di euro a testa. Conto spartano, come la tavola calda, promossa. Come scrive l’art director del Corriere Bruno Delfino, in una recensione incorniciata, “Ciritorno”.
E pure noi Ciritorneremo spesso.
