Lo chef Cappuccio fascista e con la svastica
Il boicottaggio è sempre un’arma a doppio taglio, uno strumento grezzo, un missile potenzialmente devastante che rischia di essere troppo potente per l’obiettivo e a volte ingiusto. Eppure a volte la tentazione è forte, fortissima, perché c’è un limite a tutto e non va oltrepassato. La premessa è che ognuno fa quel che gli pare, persino farsi incidere una svastica in fronte o sul virile avambraccio. Liberi, fino a intervento della magistratura, che comunque ci sono leggi da rispettare. Ma a parte quello, liberissimi noi di disertare platealmente il locale dove lo chef Paolo Cappuccio serve pietanze a base di omofobia, razzismo e nazifascismo.

La storia la sapete. Cappuccio ha fatto un annuncio per la ricerca di personale, che in cui escludeva «comunisti/fancazzisti, persone con problemi di orientamento sessuale e Masterchef del cazzo affini». Voleva essere simpatico? Non c’è riuscito. Era solo uno sfogo, come ha provato ipocritamente a difendersi in un’intervista? Non proprio. Ha prima spiegato che si trattava solo di «un annuncio di disperazione, uno sfogo di stanchezza mentale», dando la colpa al “perbenismo di sinistra“. Ma poi sono usciti altri elementi. Non era la prima volta che Cappuccio lanciava annunci del genere. Tra le foto dei suoi social ne sono uscite alcune in cui ha tatuata una svastica sull’avambraccio, ha un fascio littorio in altra parte del corpo e annunci in cui esordisce con «camerati» (vedi la ricostruzione di Dissapore).
Un fascista. Non lo diciamo noi, lo ammette lui stesso, in nuove interviste: «Ho tatuato Mussolini e la svastica per me è un gesto di ribellione e protesta». Ribadisce che non vuole comunisti e «struscia ciabatte». Dice che «oramai siamo schiavi dei dipendenti». Ha molti amici gay, e vabbè, e Mussolini «ha fatto anche cose buone». Difende Hitler: «E allora Che Guevara?».
Un Vannacci dei poveri e sporco d’unto.
Che fare? Disertarlo e ricordarsi chi è. Lo so, la purezza ideologica non esiste, se dovessimo boicottare tutto quello che non è affine al nostro pensiero non ne usciremmo più. E poi già vi vedo a scrivere: occupatevi di cibo, non di politica. Ma è Cappuccio che porta la politica nel suo ristorante, non noi. Non tutti i cuochi saranno brave persone e non chiediamo il pedigree a nessuno. Ma se qualcuno condisce le sue pietanze con l’olio di ricino, beh, noi stiamo alla larga. Così come abbiamo smesso di bere il vino di Bressan dopo le sue orribili esternazioni sull’ex ministro Kyenge. Come diceva Totò, «ogni limite ha una pazienza». E dunque in bocca al lupo per il ristorante in via di apertura in val di Fassa, per il quale cercava personale. Noi non ci saremo.
