Comfort Food.
L’altro giorno ho inzuppato anch’io due fette di pane grezzo in un laghetto di salsa di pomodoro.
La scarpetta.
Dice che è il comfort food. Mi sono sentito confortato? Abbastanza, dai.
Di sera mi sono fatto una pasta e fagioli.
A me piace un po’ brodosa, con i borlotti secchi.
Ho usato una pentola grande, che pare sia obbligatoria. Non ho capito perché, ma mi sono sentito meglio dopo averla messa sul fuoco. Niente sensi di colpa, avrei pensato tutto il tempo di aver sbagliato, con la mia cocciutaggine, a usare una pentola piccola.
Ho cotto la pasta direttamente nei fagioli: se la vuoi cremosa, oltre che brodosa, devi avere l’amido della pasta.
E alla fine, poi, ho pensato che faccio la pasta e fagioli solo per vedere galleggiare le foglie di alloro nel sughetto. Vedo le foglie che ho conservato per mesi dopo averle fatte essiccare e mi sento a posto con la coscienza.
L’amido e l’alloro. Un bel titolo per un libro di cucina, no?
Comunque, dicevamo dei comfort food.
Anche la pasta e patate è confortevole. Anche lì, amido a volontà. Sarà quello che ci conforta? O saranno le cose liquide, brodose, cremose? Reminiscenze ancestrali del brodo primordiale?
In fondo, però, anche un piatto di spaghetti al pomodoro è confortevole.
La foglia di basilico.

Forse è la semplicità che ci dà sollievo.
Ma è un bene tutto questo comfort? Siamo sicuri che stare meglio sia un bene?
Non mi do pace, mentre inzuppo il pane di Bonci dentro la salsa di pomodoro, fatto con un bel soffritto di cipolle.
C’è quella canzone di De Gregori, Bene, dove parla di questo, mi pare. Invidia i suoi amici. Lui che si tormenta: “Bene, se mi dici che ci trovi anche dei fiori in questa storia, sono tuoi”.
Lui che soffre della complessità dei suoi sentimenti, invidia gli amici che “con lunghe sciarpe nere ed occhi chiari, hanno scelto la semplicità“.
Ecco, un po’ di conforto. Ma poi, alla fine, questi amici sono semplici ma stronzi, semplicemente stronzi: “Se Luigi si sporge verso l’acqua sono solo fatti suoi”.
E questa pastina in brodo, questa pasta e patate, che mi sto facendo in cucina da solo, chiuso nel mio guscio, non saranno un segno di egoismo? Lui che là sta morendo e io che mangio una pasta e patate?
Allora esco, dai. Ho bisogno d’aria fresca. Vado a cercare Luigi.
Magari, se trovo la trattoria giusta, mi fermo a mangiare la pasta ammiscata.
Provo ad ammansire le patate bollenti.
A corteggiare il lardo.
A seguire il filo della provola fresca, avvolto in una nuvola di vapore.
