Che tristezza i Decathlon del cibo: contro i food format, elogio della ristorazione umana

Che tristezza i Decathlon del cibo: contro i food format, elogio della ristorazione umana

Che tristezza i Decathlon del cibo: contro i food format, elogio della ristorazione umana. Warning: questo articolo contiene riflessioni di un uomo di mezza età e riferimenti a un immaginario passato nel quale si stava meglio, leggere con cauto scetticismo.

Milano, sera di luglio, caldo. Prendo un aperitivo con un mio amico al bar degli sciccosissimi Bagni Misteriosi, dove si entra scalzi e si esce di corsa perché ad un certo punto siamo diventati a nostra volta aperitivo per le zanzare. Usciti da lì, senza avere veramente fame ma più ambrogianamente “voglia di qualcosa di buono”, ci dirigiamo alla volta di Porta Venezia, lato quartiere africano. In via Lecco c’era un ristorante della mia infanzia “Da Ilia”, un dignitosissimo toscano (ché i toscani hanno fatto la ristorazione easy ma di qualità a Milano, come gli abruzzesi l’hanno fatta a Roma) e di fronte c’era un siciliano “I Malavoglia” che è stato lì una decina d’anni e faceva un fritto da paura. Entrambi non ci sono più, sostituiti da un posto che apprendo essere un wine bar dal nome impegnativo di “Champagne Socialist” (Marx, Engels, Pertini e Pietro Nenni perdonateli), da un altro locale polifunzionale che espone una vetrina di quarti di vacca a frollare e da un poke bar.

Non abbiamo voglia di format, di idee furbe, di ragazzotti della finanza che aprono una catena ispirata a un’altra catena aperta da altri ragazzotti della finanza che al mercato mio padre comprò. Fa caldo e vogliamo una birra fresca e un posto condotto da esseri umani. Per fortuna, dopo aver attraversato Corso Buenos Aires c’è “Geppo” in via Morgagni, pizzeria uscita da Drive In per gli arredi ma che fa una bassa alle mele, pepe e gorgonzola da urlo e soprattutto insieme a “Portobello” in via Plinio rappresenta uno dei sempre meno numerosi locali storici milanesi rimasti aperti.

Perché la fighissima Milano, riflettevamo nel locale tutto bianco e giallo canarino, negli ultimi anni ha conosciuto un’apertura di locali senza precedenti, che hanno aumentato a dismisura le calorie a disposizione ma ahimè non il fascino, né l’anima. Certo, si dirà, è normale che una città sempre più turistica e internazionale si riempia di locali altrettanto turistici e internazionali, come è normale che molte insegne storiche chiudano per la perdita di attrattività del loro nome e l’aumento esponenziale degli affitti. Quello che forse è altrettanto normale ma certamente a mio avviso spiacevole è il livellamento verso il basso dell’esperienza che questi locali nuovi, al 95% format, offrono.

Seriali sono i posti, ovvero le location, generalmente pensate da architetti junior che si sono ispirati su Pinterest al lavoro di altri architetti junior, ispirati a loro volta da New York. Serialissimo il cibo, o global food o local food globalizzato.

Paradigma del primo tipo è l’orrendo poke, un pappone fatto di sushi svuotato in una scodella e altre insapori amenità (e che comprende sempre un pesce, generalmente il salmone o il tonno, che se lo mangiate e andate alle manifestazioni per Greta Thunberg poi andate all’inferno). Il local food globalizzato è una produzione ex di nicchia e adesso onnipresente, come ad esempio le alici del Cantabrico, che sono certamente buone ma perdio non sono le uniche alici sulla terra (provate le Masculina da Magghia sicule e mi capite) e soprattutto non autorizzano a sentirsi più fighi né chi le propone né chi le prende. Le alici del Cantabrico sono il salame Milano del 2019, hanno rotto le palle. Anche quello che si beve in questi Decathlon del cibo è quasi seriale, formattizzato, inanimato e alla fine cheap, almeno come esperienza (che a differenza di Decathlon questi posti non sono quasi mai a buon mercato, perché devono essere all’altezza delle slide che li hanno generati).

Vi rompete del sushi nella scodella? Nessun problema, questi formattini durano quasi mai più di un paio d’anni e poi una mano di colore, un logo disegnato da un neodiplomato Naba, due slide e si riparte come cimediraperia pugliese. Il risultato di tutto questo mulinare di slide e di un continuo avanti e indietro dalla Metro è, mi si perdonerà l’acredine senile, un’esperienza poverissima dal punto di vista estetico, gastronomico, sensoriale, umano.

Certamente rimpiango le trattorie con le tovaglie bianche e i camerieri vecchi e claudicanti, so che non si potrà tornare lì e mi tengo cari quei posti a Milano, e soprattutto a Roma, offrono quel tipo di esperienza. Detto questo mi chiedo se davvero non esistano nella ristorazione contemporanea delle grandi alternative ai format, alla serialità, alla mancanza di artigianalità e di autenticità per l’effetto dei quali anche quello che è costoso o vorrebbe essere di classe finisce inevitabilmente per sembrare cheap, come l’angolo Apple da Mediaworld.

Non è solo un borbottio da anziano che guarda i cantieri: quelle insegne sparite erano un segno distintivo di Milano, un pezzo della sua identità, come lo erano altre insegne di negozi sostituiti dalle grandi catene. Sostituirli con gli equivalenti calorici (non direi gastronomici) dei negozi di sigarette elettroniche impoverisce il tessuto urbano e produce conseguenze sulla qualità della vita di tutti.

Parlo soprattutto di Milano, perché Roma ha mantenuto (a fatica) una sua ingenuità fatta di “Cesare al Casaletto”, “Armando al Pantheon”, “Lilli” e, per i più curiosi e pasoliniani, “Le Quattro Monete” a Centocelle e “La Certosa” al Mandrione (iperpasoliniano, tendenza Franco Citti). Anche tra i nuovi locali, ché il problema non è l’età ma la qualità dell’esperienza, Roma è più attenta a mantenere un’anima e i miei adorati Seu – Pizza Illuminati e Retrobottega regalano certamente molte più emozioni del sopravvalutatissimo Ratanà.

Pur nel suo periodo forse peggiore dal celebre sacco, Roma resta città di botteghe, mentre Milano ha svenduto molto della sua anima all’estetica pezzotta degli immobiliaristi e al gusto discutibile dei russi e dei bocconiani.

Visto che la ruota gira però, scommetterei i miei due centesimi sul fatto che in un futuro non troppo distante, mentre la massa indistinta di piccoli borghesi lavoratori della conoscenza mangerà poke fatto da un robot e consegnato da un rider, la nuova distinzione, il nuovo lusso, sarà rappresentato dal mangiare qualcosa ordinato a un cameriere, cucinato da un cuoco e servito in utensili non di plastica senza andare in un ristorante stellato. Il mio anziano lusso da ex ristoratore, che si picca di cucinare piuttosto benino e soprattutto vuole mangiare cose di senso, è quello di andare a mangiare il meno possibile dai format e, quando non ho voglia di cucinare a casa, prediligere una pizza da urlo di “Seu” a Roma o le linguine Portobello da “Portobello” a Milano.

Il poke lo diamo al gatto. Ci pensino quei due che stasera si ritroveranno al Botanical Club per parlare del business plan di un nuovo format di caciocapocolleria hawaiana con mixology. Potrei anche avere ragione.

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