NY: no a Instagram al ristorante

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Era iniziata come un’innocua passione, poi qualcuno ha cercato di sfruttarla come veicolo pubblicitario a costo zero. Adesso, nel breve volgere di una stagione, gli chef si sono già stufati della mania di fotografare con i telefonini i piatti appena serviti e di postare il tutto su internet, a beneficio di una platea (non si sa quanto interessata) potenzialmente sterminata. In principio fu Facebook, poi Twitter, ora Pinterest e – soprattutto – Instagram. L’app/social network delle foto dai mille effetti conta milioni di utenti e, sin dalla sua fondazione, uno dei soggetti preferiti è proprio il cibo.Gli hashtag #instafood e #foodporn, solo per citarne alcuni hanno spopolato in lungo e in largo, attirando allo stesso modo i like degli utenti e la feroce ironia di anti-hipster e appassionati di fotografia. La notizia, passata un po’ sottotraccia, è che all’estero sono in continuo aumento i ristoranti dove è espressamente vietato l’uso degli smartphone a tavola, anche in funzione di macchina fotografica. Lo hanno raccontato nei giorni scorsi, fra gli altri, il New York Times e l’Irish Times.

Nella Grande Mela è stato lo chef Dave Bouley a dare il la alla battaglia, stufo di flash a ripetizione e novelli Helmut Newton in piedi in mezzo alla sala per inquadrare meglio il piatto o, addirittura, armati di cavalletto tascabile. Insomma, quando è troppo è troppo. La mania del cibo fotografato e immediatamente condiviso in rete, nonostante la buona pubblicità che poteva assicurare, crea troppa confusione e non garantisce l’ambiente ordinato che la maggior parte dei locali amano garantire a tutti i loro avventori. Decine di proprietari e gestori hanno iniziato dunque ad esplicitare la propria policy aziendale in merito, attraverso postille nei menu o cartelli esposti in sala. Come accade ad esempio al Bite di Dublino, dove la prima regola introdotta nel 2013 è stata la telegrafica “No Instagramming. Just Eat“.

Sembra passato un secolo, e invece era solo lo scorso autunno, da quando un altro ristorante newyorkese (il latinoamericano Còmodo) aveva deciso di sfruttare questa moda per fare del marketing sostanzialmente a costo zero, creando l’hashtag #ComodoMenu e incoraggiando la diffusione in rete delle foto dei propri piatti come in una sorta di menù virtuale visibile da qualsiasi parte del mondo. Certe mode, anche a New York, cambiano più in fretta del vento.

2 Commenti

  1. Ho scattato la mia prima foto ad un piatto ancora in pellicola quasi venti anni fa, l'ho sempre fatto (senza flash e senza cavalletto) e mi roderebbe parecchio dover smettere per colpa di una moda divagante che come ogni moda è passeggera.  

  2. Tra l'altro i gestori possono vietare le foto, ma i clienti possono cambiare locale …
    Conviene ?
    Ma se il "fotografo" disturba, il "telefonista" fa peggio. Poi si può essere importunati da vicini di tavolo chiassosi, sboccati, fumatori (puzzano comunque ed entrano e escono) con animali, bambini (sic) anziani. Non parliamo di abbigliamento e profumi eccessivi.
    Alla fine per andare al ristorante potrebbe servire un esame … 

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