Firenze, stop ai ristoranti stranieri. Il protezionismo becero è sempre dietro l’angolo, come il provincialismo ottuso, la filiera a chilometro zero ridotta a macchietta, il patriottismo straccione, il localismo pezzente. E così ecco che a Firenze il renzianissimo sindaco Dario Nardella, come ci informa il Corriere fiorentino, si inventa un nuovo diktat: per aprire una nuova attività alimentare o di somministrazione nel centro storico (bar, ristoranti, kebab e minimarket) sarà obbligatorio vendere o utilizzare il 70% di prodotti di filiera corta o della tradizione fiorentina o toscana.

In sostanza, si potrà aprire un sushi, certo, ma solo se si vende pure e soprattutto (70%) il lampredotto. Intelligente, no? Grande segnale di apertura al mondo. Voi direte, così si fortificano le tradizioni. Ma così semplicemente si mortifica l’intelligenza, che conservare le tradizioni e le radici è cosa buona e giusta solo ricordando che anche quelle sono il frutto di millenarie contaminazioni e aperture al mondo. Ma magari sarà la volta buona per gli chef toscani per sbizzarrirsi e creare qualche prodotto nuovo: tipo la tempura di lardo di cinta senese.

Naturalmente, per dare un tocco di ulteriore italianità becera, c’è il bizantinismo di una formula burocratica (il 70 per cento di prodotti di filiera corta cos’è?). Ma ecco far capolino anche la clausoletta che farà la gioia di chi se ne sbatte delle regole, avendo i soldi: “È prevista la possibilità di deroga, in mancanza del 70% di prodotti tipici in vendita, su presentazione di singoli progetti che saranno valutati caso per caso da una apposita commissione tecnica del Comune”.
Voilà, la deroga è servita, per gli amici degli amici. Io vado a infilarmi un raviolo cinese in gola e a innaffiarlo con birra tedesca, per farmi passare il nervoso. Prosit.
