Moi, Cucina dinamica. Due difetti. Uno, la zona: il quartiere chic Fleming, che arrivarci ci fa fatica. Due, la definizione di Cucina dinamica, che vuole dare un’impressione di modernità, ma vuol dire poco: cucina che cambia spesso in base alla stagione. E vabbè. Un po’ come la cucina flexitariana, che ha questo nome da palestra futurista degli anni ’70 ma vuol dire solo che è un po’ vegana e un po’ no. Tolti i due difettucci, Moi (di cui avevamo già parlato qui) è un posto da segnarsi sul taccuino, se ancora lo usate.

Un locale moderno e caldo, di dimensioni ridotte senza essere piccolo, con buone ambizioni senza essere pretenzioso, con una cucina creativa ma solida, con un menu ristretto ma non povero e una carta dei vini piccola ma interessante.

Tra le nuove aperture degli ultimi mesi, Moi è quello che ci ha fatto dire: oh. Perché se un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia (il Degre), un ristorante si vede dalla cura dei particolari (vedi l’allestimento sobrio ed elegante) e dall’attenzione per il cliente.

Sì, ma come si mangia? Stiamo calmi, sto arrivando. E’ una cucina, come dire, dinamica (si scherza). Già l’amuse bouche agrodolce dispone non bene ma benissimo.

Ma andiamo subito al menu. Come si vede semplice ma non banale: quattro antipasti, quattro primi.

E quattro secondi (sfocati, ma non per colpa loro). Prezzi commisurati alla qualità delle materie prime e dello chef (ci sono due menu degustazioni a 35 e 45 euro). Ah, lo chef. Si chiama Moi, letto proprio così. Perché è il nome dello chef, Thomas Moi, con esperienze all’Osteria dell’Orologio di Fiumicino e all’Apsleys di Londra, con Heinz Beck. Ma un debutto con il compianto Antonio Chiappini. Mano sicura, abbinamenti non scontati e non campati per aria.

Si comincia con un buon polpo grigliato.

Ma passiamo subito a un antipasto che è una gioia per gli occhi oltre che per il palato: Cardoncello croccante, ajoli, parmigiano e prezzemolo.

Non contenti, eccoci al tataki di manzo al vino rosso, con crema di castagne e cicorione. Che dire, perfetto, con una crema densa e il cicorione, che ci piace anche il nome.

La carta dei vini ha un sistema di simboli originali. Pretende molto dal normale cliente, che forse non ha proprio questa capacità di riconoscere la differenza tra affinamento in anfora e in cemento, ma è una bella idea, anche pedagogica (scusate la parola, ma insomma, per capirsi, aiuta a farsi le domande e a scoprire che i vini non si distinguono in bianchi e rossi ma c’è un’infinita gamma di variazioni, che dipendono, oltre che dal vitigno, dalle tecniche produttive).

Qualche esempio di vino per capirsi. Una carta essenziale, ma con proposte non scontate.

Che altro? Un servizio in sala piacevole e professionale, con Michela Ulpiani, ex direttrice del ristorante dell’Auditorium di Renzo Piano e compagna di Moi. E una suggestione: Moi si colloca sulla scia di locali come Zia, dello chef Antonio Ziantoni. Giovani chef e giovani format crescono. E noi apprezziamo.
Ristorante Moi, Via Antonio Serra, 15. Tel.: 06.87600399. Aperto dal lunedì al sabato dalle 19.30 a mezzanotte. Sito e Pagina Facebook.
