La farsa dei dehors a Roma, le promesse della Raggi diventano regole ambigue e impraticabili

La farsa dei dehors a Roma, le promesse della Raggi diventano regole ambigue e impraticabili

La farsa dei dehors a Roma. La prima volta, il 30 aprile, la sindaca Virginia Raggi si era lanciata in una proposta quasi eversiva per la sua generosità, in totale controtendenza rispetto alla guerra ideologica contro i tavolini all’aperto lanciata negli scorsi anni: concedere più spazio ai ristoranti e ai locali, dare il 35 per cento degli spazi. Commozione, lacrime. Poi è passato un mesetto. Altrove le misure sono state approvate e sono andate in vigore. Qui a Roma, la Raggi si è scontrata con tutti, non esclusa se stessa. Poi ha rotto gli indugi e ha fatto un post su Facebook annunciando come già fatta una misura non ancora in vigore. Giorni di attese, di ansia. I mille consulenti hccp dei ristoratori a grattarsi la testa per

Oggi arriva la delibera. Una delibera che anticipa delle misure che dovranno essere prese dall’assemblea e annuncia l’esonero dal canone Cosap fino a dicembre. Uno dice: è fatta, finalmente i ristoratori si salveranno, avremo regole chiare, giuste e certe per consentire a tutti di campare e per rendere Roma una città splendida, come è sempre stata, ma questa volta vissuta all’aria aperta. Solo che, boh, nessuno ci capisce niente. Alcuni locali hanno già preso l’iniziativa e hanno piazzato tavolini sbilenchi, sedie, piante. Meglio portarsi avanti, ahò. Perché non è chiaro cosa si può fare.

Proviamo a dire quel che sembra di capire. Dove “sembra” è la parola chiave. Ecco il testo: “Gli esercenti già in possesso di concessione OSP (occupazione suolo pubblico) possono procedere all’ampliamento della superficie di occupazione di suolo pubblico già autorizzata fino ad un massimo del 35%, subito dopo averla comunicata al Municipio territorialmente competente, unitamente a una planimetria. La domanda di concessione sarà trasmessa, a partire da lunedì, telematicamente al Municipio sui moduli predisposti, con l’indicazione da parte dell’esercente del giorno di installazione dell’occupazione. In caso di accertamento negativo dei requisiti, l’occupazione d’urgenza deve essere rimossa entro sette giorni dalla comunicazione del rigetto della domanda”.

Fin qui è chiaro: se uno ha 10 metri, può aggiungere il 35 per cento di 10 metri. Dove? Se uno ha un deserto davanti, può ampliarsi serenamente. Altrimenti ecco qui: “In caso di impossibilità di ampliamento dell’OSP, o di nuova concessione in area attigua all’esercizio o confinante con quella già autorizzata, dopo l’approvazione in Assemblea Capitolina sarà possibile richiedere un’occupazione del suolo nelle immediate vicinanze del locale, entro una distanza massima pari a 25 metri di diametro dal fronte dell’esercizio, a condizione che siano rispettate le norme igienico-sanitarie relative al trasporto di generi alimentari”.

Venticinque metri, dunque. Bene. Resta la domanda: dove? In uno spiazzo? Sul marciapiede? Sulle strisce blu dei parcheggi? La risposta è negli allegati. In particolare nell’allegato 1, dove campeggiano ben 33 criteri da rispettare, quasi tutti contrassegnati dalla parolina magica: “Inderogabile“. Che dicono questi criteri? Che di base sarà quasi impossibile piazzare i nuovi tavolini. O hai davanti Central park oppure niente da fare. Sulle zone a tariffazione, le strisce blu, non se ne parla. Anche se si era detto così e sembrava logico, come in altre città, che si potesse sottrarre qualche spazio alle auto parcheggiate. Ma poi, niente da fare, almeno a giudicare dall’allegato. Poi ci sono tutti gli altri, numerosi, criteri restrittivi. Alcuni, ovviamente, sensati, che mica si possono trasformare i marciapiedi in suk, intralciando pedoni e passaggio.

C’è di più. Immaginate tre ristoranti adiacenti. Hanno 25 metri per disporre i tavoli. C’è, miracolosamente, uno spiazzetto a 20 metri. Chi ci si piazza? Chi arriva prima? Chi fa la domanda bruciando sul tempo gli altri? Ristoratore ristoratori lupus? 

Ancora. Abbiamo visto che per chi ha dehors, c’è un 35 di spazio in più sull’occupazione di suolo pubblico già autorizzata (non proprio uno spazio enorme, considerando che bisogna distanziare i tavoli). Ecco, chi non ha occupazione, nel senso che non aveva ottenuto autorizzazione a mettere i tavolini fuori, ora può farlo. Bene. Come? Dice la delibera che chi non ce l’ha può ottenerla per un massimo del 35 per cento della superficie dell’esercizio di somministrazione“. Traducendo: in questo caso il 35 per cento non si calcola sul dehors esistente, che non c’è, ma sullo spazio interno. Risultato chi ha uno spazio interno molto grande potrà ottenere uno spazio molto superiore rispetto a chi aveva già concessione. Il tutto naturalmente, senza considerare dove.

Il dove si decide un po’ a capocchia. Del resto è tutto a capocchia. Condizione ideale per litigi, contestazioni e verbali a raffica dei vigili che già sono pronti a far valere il loro antipatico potere di arbitrio, conseguente all’ambiguità delle norme.

Aspettiamo chiarimenti, correzioni di rotta, nuove delibere, nuovi allegati. E intanto ci chiediamo perché non si è fatto nulla per tre mesi, non si sono create isole pedonali, strade pedonali, non si sono fatti lavori per cambiare il volto a una città sempre più abbandonata a se stessa.

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