I vini naturali, trendy e iconici (miodio), ma anche Cassavetes e Godard

I vini naturali, trendy e iconici (miodio), ma anche Cassavetes e Godard

 

I vini naturali. Il bello relativo. Che cos’è un capolavoro? Che noia che barba che noia

Anni fa, ero a Cannes, litigavo sul concetto del bello. Si era giovani, si litigava ancora per queste cose. Sostenevo che non esiste un parametro oggettivo, indiscutibile, per definire la bellezza di un film. Che dipende da tanti, troppi fattori. Mi si ribatteva che il mio relativismo assoluto era svilente nei confronti di chi studia una vita per diventare regista e anche nei confronti dei geni. E che ci sono certi capolavori che sono tali in assoluto e non si discute. Quando uno dice che non si discute, a me viene sempre da discutere, son fatto così. E comunque tutto questo mi è venuto in mente per parlare di vini. Anzi di vini naturali. Oibò, alla sola parola, trasecolo da solo. Che noia che barba che noia. I vini naturali. Le discussioni sui vini naturali. Eppure credo che sia necessario discutere. Anche a costo di ripetere banalità, che per molti banalità non sono. I vini naturali, per esempio, non esistono. Come non esistono i vini convenzionali o industriali. Sono categorie più o meno astratte, cassettini nei quali infilare per comodità qualche concetto.

Il vino naturale. Ripassiamo insieme. I solfiti cacciati dal Paradiso  

Ripasso. Il vino naturale non ha solfiti aggiunti (o pochi), non è filtrato e non è chiarificato, usa lieviti indigeni invece di miscele di lieviti, è fatto senza uso di chimica di sintesi. Si potrebbero aggiungere altre cose o toglierne altre, ma la sostanza è questa, talvolta sopravvalutata, talvolta male interpretata.

Il vino buono. I talebani lasciano il posto ai pragmatici. La Fis dà i numeri

Dopo l’epoca dei talebani (“i vostri vini sono il demonio, prezzolati dalle multinazionali e dannosi per la salute”), è arrivata quella dei pragmatici: “Il mio è un vino naturale? Non importa, importa solo se ti piace”. Ah. Peccato che al corso della Fis, la Fondazione italiana Sommelier ti spiegano, dopo aver lanciato strali e anatemi contro i vini naturali, che il vino buono esiste eccome, ed è tanto indiscutibile il criterio di bontà che, dopo opportuno studio, gli si può appiccicare un voto, risultante delle analisi olfattive, gustative e sensoriali. Se prende il massimo dei voti, quel vino sarà non solo buono ma ottimo. Anche se non ti piace. Peggio: se non ti piace, sei tu che sbagli. Hai un problema, ragazzo.

La domanda giusta. Marzullo e Steiner, la biodinamica e Romanée Conti

 Dunque, facciamoci una domanda e diamoci una risposta, come da Marzullo. I vini naturali sono buoni? Come diceva qualche saggio, spesso nella vita il punto non è dare le risposte giuste ma farsi le domande giuste. E quella è sbagliata. Perché sarebbe come chiedere: i vini convenzionali sono buoni? A nessuno verrebbe in mente una risposta sensata. Che domande: ho bevuto nella mia vita Chianti da spurgo e Barolo da urlo (e, più raramente, viceversa). E dunque la domanda è insensata. E se la rovesciamo? I vini naturali sono cattivi? Ecco un’altra domanda insensata. E’ come dire che i vini biodinamici sono una truffa. Tesi sostenibile, come quella della cialtroneria del suo inventore, Rudolf Steiner. Poi però ti bevi un Romanée Conti (biodinamico, senza bisogno di strombazzarlo) e ammutolisci.

Il vino che diventa aceto e la manipolazione, non necessariamente un male

E dunque due cose si possono dire, più o meno ragionevoli. I vini cosiddetti naturali sono meno manipolati dall’uomo, hanno meno sostanze di chimica di sintesi e sono generalmente più salutari. A questo elemento, quello della salubrità, si aggiunge il fatto che interferiscono di meno nel gusto del vitigno e fanno risaltare gli elementi del territorio. Come si dice spesso, il vino senza l’intervento dell’uomo sarebbe aceto. E bon. A parte che non è verissimo, è però vero che il vino non è un prodotto naturale tour court. Nel senso che non si fa da solo. Serve l’intervento dell’uomo. Bisogna capire solo in che forma. E qui il vignaiolo, e l’enologo ancora di più, sono come i registi. Sono loro a fare il film. Sarà un capolavoro? Dipende.

De que depende? Cassavetes come un vino naturale, Casal Del Giglio come un cinepanettone

Dipende da molti fattori. Da chi lo guarda. E da chi lo beve. A me Cassavetes pare un genio, altri sbadigliano e si eccitano con Leconte. L’acidità succosa della Barbera di Rinaldi mi commuove, altri storcono il naso e preferiscono uno Shirah Casal Del Giglio, più vellutato, morbido, rassicurante. Gusto personale? Certo. Alcuni dicono: il gusto personale non si discute. E qui, come sapete, io mi inalbero e dico, ma no, discutiamo. E allora diciamo che il nostro gusto è influenzato dalla storia, dalla cultura, dalla società, dalle abitudini. E si può cambiare. Può affinarsi, può evolvere, può emanciparsi dalle mode.

Il vino trendy, fine e icon. Il cognitivo spiazzato dal memorabile

Se ci pensate sono le mode che ci spingono a bere un vino piuttosto che un altro. C’è un tale della Bocconi, Andrea Rea, che ha proposto una nuova classificazione: vino trendy, fine e icon. Paura eh? Al Gambero Rosso spiega: “Al momento conviviale corrisponde il vino trendy, a quello cognitivo il vino fine, a quello memorabile il vino icon”.  Sembra una cazzata, e un po’ lo è, ma non troppo. Nel senso che Rea prende in considerazione le motivazioni all’acquisto: il vino trendy si acquista per tendenza, appunto, per moda; il vino fine perché si vuole il vino di un territorio preciso, si vuole fare un’esperienza più complessa legata a una zona; il vino icon, perché voglio comprare un vino prestigioso, un Tignanello da sfoggiare al momento giusto.

Ribolla vs Gewurtztraminer, ma gli stranieri preferiscono il Pinot grigio. 

Da qualche tempo è di moda la Ribolla gialla. Vitigno friulano niente male. Ma non si capisce perché oggi tutti la vogliono e 10 anni fa no. Perché dieci anni fa bevevano tutti Gewurtztraminer o Sauvignon. Molti clienti stranieri oggi nei ristoranti italiani chiedono Pinot grigio o Chianti. Quest’ultimo ha passato dei brutti quarti d’ora. Ultra richiesto e stramaltrattato dai produttori (con il disciplinare che ha incluso vitigni internazionali per compiacere il gusto straniero), è diventato il meno amato di una fascia colta di consumatori italiani. Al suo posto, qualche anno fa, impazzavano Morellino di Scansano e Nero D’Avola. E dunque?

Il tortino, la cocaina barricata e la Nouvelle Vague. Eravamo saturi, eravamo stanchi.

E dunque il nostro gusto è questa roba qui. Negli anni ’80 impazzivamo per il tortino di cioccolato con la crema calda (“Ci vogliono dieci minuti per prepararlo, però, signore”). Poi non ne abbiamo potuto più. Si chiama standardizzazione del gusto. Che complicazione. Non c’è solo l’arbitrarietà del gusto, c’è anche l’assuefazione e la saturazione. Il primo barricato che abbiamo bevuto negli anni ’80 ci ha dato una scossa, come neanche una presa di cocaina. Il secondo ci è piaciuto. Il terzo ci è andato giù bene. Il quarto ci ha lievemente infastidito la vaniglia. Poi abbiamo preso la parola barricato e l’abbiamo messa nell’inferno delle parole dannate. Eravamo saturi, eravamo stanchi. Volevamo vini più freschi, con più acidità. Volevamo sentire l’uva, volevamo sentire le impurità. Non ci interessavano più i capolavori. Li abbiamo contestati e detestati, come la Nouvelle Vague fece con Clouzot e Carné.

Laicità e Cassazione

Ora siamo più laici. Sappiamo che non facciamo Cassazione su niente, figuriamoci sul vino. Ma voi neanche. Il nostro (vostro) gusto è relativo. Può cambiare, sarebbe meglio che cambiasse e comunque cambia ogni giorno. E saperlo ci fa apprezzare di più il vino che beviamo. E ci fa sorridere quando qualcuno dice: questo vino è fantastico, non si discute.

 

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