Roma 2012, un bilancio sentimentale

I bilanci son sempre sentimentali, o non sono (a parte quelli societari). E allora – dimenticando per un attimo le novità dell'anno, da Eataly a Porto Fluviale – ecco cosa ci resta nel cuore e nelle papille di questo 2012 passato a girovagare per osterie e vinerie romane, sorseggiando vini che riscaldano l'anima e assaporando gusti che rischiarano il giorno. Nove luoghi che ci hanno fatto compagnia. Li raccontiamo così, come li abbiamo vissuti e come ci hanno fatto sentire. Sperando che Puntarella Rossa abbia fatto compagnia un po' anche a voi e che vi sia stata utile.

1 Sentirsi protetti con Leonardo, da Cesare al Casaletto.

Arrivi sulla Gianicolense, parcheggi, attraversi le rotaie dove si fermano i tram, imbocchi via del Casaletto, avvisti la vecchia insegna, il cortiletto antico, entri dentro la vecchia osteria rimodernata, con il viola impudente e i bicchieri colorati, ed eccoti nella migliore trattoria romana, gestita con mano ferma, consapevole e attenta da Leonardo, sommelier e padrone di casa passato dalla tradizione all'alta ristorazione per poi trovare casa in questa trattoria di quartiere, diventata il punto di riferimento per chi vuole mangiare bene senza spendere un patrimonio e senza cadere nella trappola della falsa tipicità romana. Polpette di melanzana, cartoccio di totanetti fritti, gnocchi di patate con sugo di spuntatura di maiale e salsiccia, polpette di bollito fritto: qui tutto è perfetto. E quando Leonardo si avvicina proponendoti di finire una Barbera d'Alba di Rinaldi, pensi che bisognerebbe farlo Cavaliere del Lavoro. Leonardo dico (ma anche Rinaldi).

2 Sentirsi meno soli al No.Au

La figura imponente di Gabriele Bonci, stilizzata sulla porta del suo nuovo panificio, sulla copertina del suo ultimo libro, sui siti food, oppure finanche prepotentemente reale, è ormai quasi un'ossessione. E allora per un giorno dimenticate Bonci e sedetevi al bancone di questo strano locale che ha preso il posto del Societè Lutèce e che è diventato un appuntamento fisso per una piccola tribù di appassionati. Appassionati di cosa, poi? Forse di un posto colorato, un po' spagnoleggiante, dove si beve benissimo, birre artigianali a profusione, vini naturali, e dove si mangia altrettanto bene, ostriche e hamburger, seppie e tartare. Niente primi piatti, niente fornelli: un laboratorio irriverente e divertente che gioca con materie prime d'eccezione per cene rapide e di gusto.

3 Sentirsi al mare da Nestor, al Cru.dop

Non è un ristorante, non è bello, non è grande, non è al centro. Anche per questo amiamo Cru.dop, la scommessa un po' folle di Nestor Grojewski, cuoco di origine polacca che, nel pieno della Tuscolana, ti fa sentire nell'Oceano Atlantico con il suo laboratorio di cucina di pesce fresco. Stai lì e lo osservi preparare il pesce fresco sulla pietra di sale, la dadolata di tonno pancetta e noci, la tartare di spigola con mela e sedano. Guardi il patanegra, le ostriche Belon. Guardi la foto di Martin Scorsese, di cui Nestor è stato lo chef quando girava Gangs of New York, nella vicina Cinecittà. Poi ti metti a tavola e innaffi il pesce con del Verdicchio Utopia di Montecappone. Il ventre si riscalda, le guance si infiammano, il palato si libera di ogni scoria. Sorridi. Ogni volta che vai, il miracolo si ripete.

4 Sentirsi caldi all'osteria Numero Sette

Se sei un po' irritabile, ti irriti subito. Perché devi aspettare troppo tempo la persona che viene al tavolo per servirti, perché gli altri ragazzetti non hanno poteri e possono solo cambiarti le posate. Perché non c'è la carta dei vini. Continui a irritarti quando lui, il plenipotenziario del servizio, ti spiega con modi un po' spicci che se siete in sei non potete ordinare sei primi diversi, che mica lo fanno precotto il primo. Ma ci vuole pazienza e curiosità per riuscire a stare bene, per andare oltre la superficie. E l'attesa, alla fine, viene ripagata. Perché all'Osteria Numero Sette, aperta da due sardi e un calabrese (Francesco, Ubaldo e Natascia) non solo mangerai bene, piatti diversi dai soliti della tradizione romana, come il carpaccio di bisonte alla sfoglia di polpo arrosto, piatti cucinati con cura, con amore, ma alla fine ti sentirai felice, caldo, rilassato. E se sarai tra gli ultimi clienti, potrai parlare con il cuoco sardo e ascoltare le sue canzoni preferite e scoprire un cantante che sembra De Gregori e invece è Piero Marras e ha scritto una canzone un po' malinconica e un po' rabbiosa che si chiama "Fuori Campo" e che fa così: "Ehi, ehi, ehi, gente, come va laggiù? Qui la vita non si sente, non ritornerò mai più". Ma noi torneremo, eccome se torneremo.

5 Sentirsi bene al Sorpasso

Quando ti chiedono un posto dove si sta bene, qualcosa di non ingessato, che sia un ristorante e dove si mangi bene, ma che non lo sembri troppo, che non abbia pareti bianche ospedaliere e silenzi di coppia imbarazzati, che non abbia spume sifonate e carbonare ignoranti, un posto che sia giovane senza essere troppo giovane, che sia ben frequentato ma non fastidiosamente trendy, un posto dove ti puoi bere una bollicina al bancone senza sentirti uno stoccafisso, un posto dove puoi sederti e  accompagnare la tua tartare scottata con un Montepulciano di Emidio Pepe. Un posto dove anche le chiacchiere un po' rumorose sono benvenute e con loro i vicini di tavolo, che un po' litigano e un po' fanno l'amore con le parole. Ecco, se ti chiedono un posto così e tu arranchi nel buio, cercando soluzioni impossibili, allora il Sorpasso è il posto che fa per te.

6 Sentirsi a casa al Kino

Con il Kino non siamo imparziali, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, perché al Kino vogliamo bene, ne siamo in qualche modo parte integrante e lo abbiamo seguito sin dai suoi esordi, quando era solo l'iniziativa folle di un gruppo di ragazzi che non si rassegnava all'idea che chiudesse l'ennesimo cinema d'essai e che voleva però fare qualcosa di diverso, un cinema moderno, piccolo ma confortevole, che proiettasse film attuali, contemporanei, di qualità, film che la cecità del mercato non consente di far arrivare sugli schermi italiani e che però meritano di essere visti, in lingua originale. Ma il Kino è anche altro, l'idea che il cinema migliore si possa e si debba sposare con del cibo e del vino di qualità. E così, guidato dal valente Marco Tombolini, il Kino si è trasformato in un cine-bistrot che serve cene che riscaldano, in attesa di scendere giù in saletta, e guardarsi il nuovo film di Susanne Bier o l'ultimo di Denis Tanovic.

7 Sentirsi berlinesi al Caracciolo

Roma è provinciale e mancano locali per sentire buona musica. Ci sono solo scantinati bui, centri sociali, circoli Arci spettrali e poco altro. Quante volte l'abbiamo sentito? In effetti è vero, ma ogni tanto qualcuno ha un'idea e i ragazzi del Caracciolo (un attore, un ex manager tv e un architetto) l'hanno avuta, hanno presto una vecchia fabbrica Geloso, circondata da case popolari, l'hanno completamente ristrutturata, ci hanno messo un palco, dei tavoli, un tavolone sociale e un bellissimo bancone da bar e ci hanno fatto un Circolo bellissimo. Un posto nato non per ammazzarsi di deejay set e di pasticche ma per ascoltare buona musica, magari improvvisata dagli ospiti, per vedere qualche pièce teatrale, ascoltare reading, mangiare qualcosa di caldo. Un posto grande, bello, europeo, se ha ancora un senso il termine.

8 Sentirsi newyorkesi al 2Periodico

Qui invece siamo a New York anche se basta dare un'occhiata fuori, scuotendo le tende a listarelle, per scoprire che siamo a Monti, rione radical chic a due passi da quella Suburra, un tempo sentina metropolitana e luogo di raccolta della feccia umana, ora culla del carpaccio e del braccialetto Cruciani. Il 2 Periodico è il tassello che mancava, un locale già garage un po' retrò, con i manifesti della caramella Rossana e del dado Knorr, divani dall'aria vissuta e un gruppo di ragazzi che lo gestiscono con allegria. Un posto dove la sera, miracolo a Roma, vedi gente diversa, molti stranieri, molte facce e voci che ti fanno sentire un po' più internazionale, lontano da Alemanno e da Venditti, lontano dai tassisti abusivi e dall'odore di fritto.  

9 Sentirsi negli anni '50 da Settimio al Pellegrino

Si torna da Settimio come si torna a casa. Un posto meritoriamente sempre uguale a se stesso, uno dei pochi che si può fregiare del titolo di osteria senza doverla giustificare. Mario Zazza ti guarda sempre dalla grande foto di Bertoldo, Bertoldini e Cacasenno (il film di Monicelli nel quale faceva il pretino) ma si è fatto anziano e ogni tanto cede il passo al figlio, mentre la moglie Teresa spignatta sempre in cucina e la cameriera filippina ondeggia per la sala, ridendo in modo sgangherato e spandendo simpatia. Da quando lo frequentava Manlio Cerroni, il re dei rifiuti, proprietario di Malagrotta, nulla è cambiato. La Roma che conta, ma quella che non ama ritrovi cafonal ed escort per commensali, viene a mangiarsi una polpetta di bistecca macinata (guai a chiamarli hamburger) e non si vergogna di chiedere una pera cotta o una patata bollita. Alla fine del pranzo o della cena, ti viene voglia di lasciare in mancia una banconota da mille lire, ma ti ritrovi solo con una manciata d'euro e non capisci perché.

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