Prosecco e Report: pesticidi e guerra del nome

Prosecco

Prosecco e Report: pesticidi e guerra del nome Il prosecco, con il suo tipico colore giallo paglierino e il suo sapore fresco e brioso, è il vino italiano più venduto nel mondo, con numeri che vanno dai 438.698.000 di bottiglie acquistate ai 2 miliardi e 100 di fatturato, l’anno si intende. Impressionante, ma cosa si nasconde dietro questo pregiato prodotto nostrano? Ce lo ha svelato Milena Gabanelli nella puntata di Report andata in onda su Rai 3, che ha raccontato del disagio degli abitanti delle aree dove si coltiva intensivamente alla denominazione dello stesso, legata al nome di una frazione triestina che però non ha nulla a che vedere con la sua produzione e che da tempo porta avanti una battaglia per veder riconosciuto il proprio contributo alla fama di questo vino.

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Prosecco: le tensioni dietro la sua denominazione

Ottenuti dall’uva Glera, gli unici vini che possono vantare l’etichetta di Prosecco e presentarsi nel mercato come tali sono quelli prodotti in Veneto e nel Friuli-Venezia Giulia, ma la loro denominazione DOC e DOCG non dipende dal tipo di vigneto da cui provengono, bensì dal nome una frazione di Trieste, Prosecco, dove però non vi è alcuna coltura. Il perché ce lo spiega Bernardo Iovine, nel servizio di Report: “Fino al 2009 esisteva solo il prosecco doc Conegliano Valdobbiadene, il presidente Saragat, ottimo intenditore di vini, aveva concesso la denominazione nel 1969 e nel decreto specificava: ‘Il vino prosecco di Conegliano Valdobbiadene deve essere ottenuto dalle uve provenienti dal vitigno Prosecco’. Nel 2008 l’Europa dice che la doc è una denominazione di luogo, non di vitigno, e allora qualcuno scopre che c’è una frazione di Trieste che si chiama Prosecco”. Parliamo di un’operazione strategica quindi, un trucchetto che permette alle aree interessate di continuare a produrre il Prosecco e, al contempo, di salvaguardarne l’esclusiva, da cui però è resta tagliata fuori l’omonima frazione triestina che da anni chiede giustizia. Come afferma Edi Bukavec dell’Associazione Agricoltori: “La cosa che faremo è un’azione unitaria per chiedere una royalties. Date un centesimo a bottiglia visto che la politica, la Regione, il Ministero, nessuno vuole pagare niente. Facciamo tutti un sacrificio e diamo per lo sviluppo dell’agricoltura, della viticoltura in provincia di Trieste una auto tassazione. Se anche questa non dovesse andare, allora muoia Sansone con tutti i filistei, no?”.

Un caso controverso che vede da un lato i produttori e i loro guadagni e dall’altro la città che maggiormente ha contribuito a questi ultimi, senza ottenere nulla in cambio. E in mezzo? Come al solito, ci rimettono i cittadini.

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Prosecco: quei pesticidi che infettano gli abitanti

Sì, perché nelle vaste aree di coltura intensiva in Veneto e Friuli-Venezia Giulia, i vigneti si stanno espandendo ormai a vista d’occhio là dove “un tempo c’erano solo i campi” e i trattamenti pesticidi annuali aumentano di anno in anno, invadendo strade pubbliche e abitazioni cittadine. Spiega una mamma della zona: “Quando sono venuta ad abitare qua iniziavano con i trattamenti a maggio e finivano a inizio agosto. Adesso iniziano a marzo e finiscono verso fine agosto. Io abito al di là di questo vigneto. Qua ci sono quattro proprietari che trattano in quattro giorni diversi, quindi noi dovremmo tenere dentro i bambini per quattro giorni a settimana, non aprire le finestre per quattro giorni a settimana, non stendere il bucato per quattro giorni a settimana, perché come voi sentite hanno trattato ieri e qua c’è comunque odore”.

Le istituzioni negano l’ipotesi di un pericolo reale per la salute dei cittadini, nonostante il numero delle malattie e dei decessi causati da patologie riconducibili ai quei veleni emessi quotidianamente continuino ad aumentare e, con loro, il malcontento dei cittadini. E mentre la Gabanelli suggerisce provocatoriamente ai medici dell’Asl di Conegliano di trasferirsi loro stessi nelle casette in mezzo ai vigneti, a fine puntata viene proposta una soluzione: convertirsi al bio. Ferrari lo ha già fatto e così il 50% dei produttori del Franciacorta. È forse questa l’unica via percorribile per contenere i danni causati dalla produzione del vino italiano più famoso del mondo?

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