Gli “spaghetti bolognese” non esistono? Non è vero e comunque perché non sfruttarli?

Gli “spaghetti bolognese” non esistono? Non è vero e comunque perché non sfruttarli?

Gli “spaghetti bolognese” esistono. Non so se vi è mai capitata qualche conversazione surreale con stranieri appassionati di cibo italiano, che ti magnificano le fettuccine Alfredo e gli spaghetti alla bolognese o con le polpette. Tu provi a convincerli che no, non esiste sta roba nella nostra cucina e loro ti guardano con quel sorrisino di chi sa, compiaciuto e superiore. Tu ci riprovi e loro se ne escono con “zucchini” e “italian dressing“. Quando perdi la pazienza e dici che per loro l’Italia è solo mafia e Berlusconi e spaghetti bolognesi, ti rendi conto che è tutto tempo sprecato. Che stai remando contro la corrente, che cerchi di rimettere il dentifricio nel tubetto. E allora forse ha ragione Piero Valdiserra, un bolognese che ha scritto un libro provocatorio: “Spaghetti alla bolognese, l’altra faccia del tipico” (Edi House, 80 pagine, 8 euro). Tanto provocatorio che in città quasi non si parla d’altro.

spaghetti-bolognese

L’autore comincia nel dirci quel che già da tempo si sapeva o sospettava: gli spaghetti alla bolognese esistono, eccome, se ne trova traccia nella tradizione, fin dal XVI secolo.  Ma poi arriva al punto: qualunque cosa se ne pensi, gli spaghetti alla bolognese costituiscono un formidabile vettore di promozione della città di Bologna e del suo territorio. Perché non sfruttarlo?


I bolognesi, alcuni, inorridiscono all’idea, come si vede in questo video della Bbc.

Ma al fianco dell’autore ci sono anche alcuni chef, come Max Poggi. Anche perché, diciamocelo, cosa c’è che non va in un bel piatto di spaghetti con un ragù alla bolognese? Certo, sicuramente sono più adatti altri tipi di pasta, tipo le tagliatelle, ma gli spaghetti non saranno certo un obbrobrio con il ragù. O no?

Se vi attaccate al tipico, al tradizionale, inutile ricordarvi che si tratta di concetti astratti. La tradizione è una continua evoluzione di innovazioni, contaminazioni, variazioni. Lo sanno bene (anzi, non lo sanno bene) i romani, che vantano tra i loro piatti tradizionali quella carbonara che arrivò nella Capitale solo nella seconda guerra mondiale, importata dagli americani con la loro razione K.

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