Il ristorante imbruttito di Milano, proseguimento della conference call con altri mezzi

Il ristorante imbruttito di Milano, proseguimento della conference call con altri mezzi

Il ristorante imbruttito di Milano. Sono a Milano in un apparentemente anonimo lunedì di ottobre. Sono felice perché stasera vedrò a cena il mio amico P. in trasferta da Roma. P. è un gourmet serio, che capisce di cibo e di vino, e mi ha fatto scoprire alcune chicche a Roma come Lin, Le Quattro Monete, il primo Waraku. La scelta del ristorante tocca a me stavolta e cerco qualcosa di interessante, nuovo e non impegnativo ma carino. Mi viene in mente questo locale aperto a Milano da un paio d’anni e dove non ho mai ritrovato posto. Si chiama come una parte del quinto quarto del bovino, che adoro, e promette mirabilie per carnivori. Chiamare così un locale poi promette suggestioni country chic, pietanze per stomaci forti e una certa informalità. Perfetto dunque per una cena tra amici gourmet.

Sono le 9.40 di lunedì mattina, penso che forse troverò finalmente posto e provo a prenotare dal sito. Il tavolo effettivamente ci sarebbe, ma ci sono dei ma. Si prenota solo online e vengono assegnati degli slot per cenare, quello veloce da 90’, quello lento da 120’, come una sala riunioni, un appuntamento dall’estetista, un qualsiasi ammennicolo della vita superorganizzata del milanese imbruttito.

Ma come? Ti chiami come l’intestino della mucca, hai i tavoli di legno e pretendi di organizzarmi la vita, a tuo esclusivo vantaggio, come un pretenzioso ristorante di qualunque pretenziosa città dell’Occidente? Non ci siamo.

Da vecchio arnese della ristorazione so perfettamente che tutti i ristoranti puntano a far girare i tavoli e che per questo una volta cenato ve ne dovete andare fuori dalle balle, ma c’è modo e modo e quello tecno-imbruttito non è il migliore. L’altra sera ho cenato, assolutamente bene, al Delfino in visuale Gran Sasso a Milano, presentandomi senza prenotazione (è ancora legale). Molto gentilmente il titolare mi ha fatto accomodare all’unico tavolo libero, premettendo che avremmo dovuto liberarlo dopo un’ora e un quarto, ci sta. Essendo bravi professionisti, ci hanno servito nei tempi e non abbiamo mai avuto l’impressione che ci stessero ingozzando come oche da foie gras. Se mi dai gli slot online mi stai impoverendo moltissimo l’esperienza e mi dimostri che sei vittima di qualche pischello di p.r. che ha avuto come massima esperienza gastronomica Five Guys. Niente bene.

Da milanese poi mi chiedo ancora una volta cosa spinga i miei concittadini a tributare tanti calorosi consensi a chi li tratta male o comunque trasforma quelli che dovrebbero essere momenti di convivio e relax in proseguimento dell’ufficio con altri mezzi. Dalle taverne liguri che prendono solo contanti ai mangimifici del pranzo alle cene a scadenza (o a quelle a casa portate da un povero cristo che le ha ritirate mezz’ora prima e le trasporta in un cubo per la coltura batterica), i milanesi sembrano adorare la scomoda insensatezza che li accompagna sin dal mattino, quando entrano in the Office (guardare la serie, please).

Antico che sono, se esco a cena pagando voglio un’esperienza all’altezza delle mie realistiche aspettative e del costo della cena. Posso fare file interminabili per un posto che snobisticamente non prende prenotazioni e spaccare il minuto in un grande ristorante da esperienza gastronomica. Nella ristorazione media (30-50€ a seconda delle città) voglio stare bene senza menate, soprattutto senza le menate che riguardano l’organizzazione e il conto economico del ristorante, che sono tutti fatti tuoi.

Comunque alla fine io e P. abbiamo cenato, in un’ora e mezza circa ma senza assilli, Da Martino in via Farini, che è un posto semplice ma molto buono, con un menu e una carta dei vini mai banali e dei titolari molto gentili. Anche Martino, che è un piccolo ristorante, è quasi sempre pieno ma umanamente cercheranno di farvi sedere o comunque si prenderanno cura di voi in modo non digitale.

Senza problemi per nessuno, continuerò a non essere andato in quel ristorante che va molto di moda a Milano e che si chiama come l’intestino del bovino, da cui si ricavano piatti rustici ma che adoro.

Non faccio il nome per ovvi motivi di discrezione, ma se andate a Roma andate a mangiarli al quasi omonimo Osteria della Trippa a Trastevere. Ops.

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