Dimenticate i vini naturali, ecco i vini artigianali di Castagno, Gravina e Rizzari

Dimenticate i vini naturali, ecco i vini artigianali di Castagno, Gravina e Rizzari

Vini artigianali italiani, di Armando Castagno, Giampaolo Gravina e Fabio Rizzari. Da qualche tempo, trovo sempre più insopportabile la frase standard: “A me non piacciono i vini naturali“. Tic (sotto)culturale che denota un legittimo tradizionalismo conservatore, una meno legittima mancanza di curiosità e/o un’intollerabile confusione di idee. Gli stessi che ti dicono che i vini naturali non esistono, poi ti dicono che non gli piacciono. Ma signori, decidiamo: se non esistono, non possono né piacervi né non piacervi. Ma d’altro canto, anche quelli che ti dicono “A me piacciono solo i vini naturali” mi provocano un certo fastidio. Perché è una frase ideologica, talebana, manichea.

vini artigianali italianiCome se ne esce allora? Con la curiosità e con la voglia di scoprire e conoscere i singoli vini, i produttori, il terroir e le infinite sfumature che stanno tra un estremo e l’altro della scala. Da qualche tempo si è fatta avanti anche un’altra definizione: quella di vino artigianale. Un’altra scatoletta, se volete, nel quale ingabbiare un fenomeno complesso e sfuggente. Però, forse, è una delle scatolette più suggestive. Perché interseca buona parte di quel mondo, quello dei vini “naturali”, sfrondandolo dall’ortodossia dei disciplinari e delle regole, e fornendo una chiave di lettura, che sta dentro un approccio. Quello artigianale, appunto. E’ quello che fanno tre autori tra i più benemeriti nel mondo della critica enologica, Armando Castagno, Giampaolo Gravina e Fabio Rizzari. Che sono usciti con un libro che definiremmo “artigianale”. Si tratta di “Vini artigianali italiani”, edizione unica da 2500 copie edita da Paolo Bartolomeo Buongiorno (25 euro)

Non è un caso che i tre autori, come prima cosa, riflettano sul linguaggio del vino. Come si descrive un vino? Come se ne parla? Nel libro c’è un approccio originale e divertente. Perché si affianca a ciascuno dei 118 vini raccontati (piccoli e sconosciuti ai più) un’opera d’arte. Senza cercare collegamenti forzati, ma solo fornendo un ambiente, “il luogo di uno sprofondamento”, come diceva Achille Bonito Oliva. Ma che cos’è un vino “artigianale”. Gli autori fiutano il pericolo di una rinnovata pulsione al settarismo, al canone e provano ad argomentare, con una serie di valori fondanti: amore per la manualità e per l’irregolarità;  mancanza di automatismi e ricette preconfezionate; gusto della meraviglia e del particolare; coltivazione del dubbio; limitata ambizione all’arricchimento materiale; rifiuto della serialità; accoglimento del rischio; rispetto per il mondo naturale; meditata preferenza per il ruolo di osservatore partecipe rispetto a quello di demiurgo.

Collegato al discorso definitorio sul vino, c’è quello sullo statuto della degustazione. Senza tirare in ballo la parodia di Albanese dei degustatori professionisti, la panoplia di termini normalmente usata da degustatori e sommelier ha portato a “descrizioni di vitalità sensoriale con effetti talvolta comici” e a “derive gergali” che nascondono “rozzi pruriti classificatori“. E dunque? E dunque, diversi decenni dopo la rivitalizzazione della lingua operata da Gino Veronelli, i nostri tre moschettieri provano (e riescono alla grande, come nei due precedenti libri pubblicati da Giunti, Vini da Scoprire e La riscossa dei vini leggeri) a reinventare una lingua viva, al contempo nuda e ricchissima, che dà il segno della complessità ma che rinnega la seriosità retorica alla quale ci siamo troppo abituati in questi anni.

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