Esselunga mon amour: da Milano a Roma, la civiltà di un supermercato (e il supermercato di una civiltà)

Esselunga mon amour: da Milano a Roma, la civiltà di un supermercato (e il supermercato di una civiltà)

L'Esselunga L’Italia, si sa, è un paese diviso. Talvolta misteriosamente diviso, e quasi sempre all'altezza della Toscana. Fra le cose che, inspiegabilmente, esistono solo da Firenze in giù c’è l’acqua leggermente frizzante (al ristorante). Provate a chiedere una minerale “leggermente” a un qualsiasi cameriere a nord di Orte. Vi sarà ingiunto, non senza un’ombra di fastidio, di scegliere fra liscia e gassata. (Poi magari optate per la frizzante e quelli vi portano la Ferrarelle, ma quella è un’altra storia. Il punto – se mai dovessimo proprio impegnarci a trovarne uno – è che è proprio la classe mentale, la categoria kantiana del leggermente frizzante che il nord Italia non conosce. Qualcuno saprebbe spiegarci perché? ). Viceversa, ci sono cose che esistono solo da Firenze in su, tipo le balere del liscio, i grissini sfusi nel cestino del pane e le palline di pasta reale per il brodo. Infine, c’è l’Esselunga.

L’Esselunga è molto più di un supermercato. Per i milanesi l’Esselunga è un’istituzione, una tradizione, un’entità di cui ci si fida. Una certa idea di mondo. È quello che per i toscani è la Coop. (Per chi non lo sapesse, Esselunga e Coop sono acerrime nemiche, e si sono affrontate in tribunale più di una volta. Bernardo Caprotti, il fondatore della catena milanese, contro la Coop ha scritto persino un libro, dall’infelice titolo “Falce e carrello”, Marsilio, 2007) È quello che per i parigini è il Monoprix. È quello che i romani è… Mah, per i romani, credo, uno strano ibrido fra Giolitti, Pompi e i Borghetti della curva sud, tipo. I romani, si sa, non sono fedeli a niente e a nessuno, hanno il Papa ma non hanno un dio.

Storicamente – e quindi da oltre 50 anni – l’Esselunga è il supermercato del Nord Italia, un mostro sacro che non conosce crisi e che non ha mai smesso di espandersi. Le cose a Caprotti e famiglia vanno talmente bene che hanno deciso di portarla a Roma, e a primavera l’Esselunga sbarcherà ad Aprilia, dove proverà a sbaragliare la concorrenza terrona dei vari IperCoop ed Élite.

Io sono romana, e abito a Milano da 3 mesi. L’Esselunga finora l’avevo solo sentita nominare nei film di Pozzetto e nelle canzoni dei Baustelle e, a dirla tutta, mi ero appena fatta il mio bel piano “spesa nel quartiere”: verdure di stagione dal bio ladrone del quartiere, pile e spugnette dai cinesi, pane e crostate al forno sotto casa, tutto il resto al mercato dell’Isola, il sabato. Taaac. Ma poi è arrivata anche qui. Un mese fa, a 300 metri da casa mia, hanno inaugurato la nuova Esselunga di Porta Nuova. Ecco che tutti – dal vicino di casa all’amica designer passando per il proprietario del bar fighetto ai vecchietti fuori dal ferramenta e al broker incrociato in palestra, non parlavano di altro, e non senza una certa fierezza. Non vedevano l’ora di andarci. Chiedevano agli altri che erano con loro se “l’avevano vista”, a me se c’ero già stata.

Tutto ‘sto casino per un supermercato, mi dicevo. Povera illusa. Non avevo capito niente. Quelli non mi stavano avvertendo che a 300 metri da casa mia aveva aperto un ipermercato. Mi stavano raccontando l’arrivo di una civiltà. L’ho capito solo quando sono andata. Era domenica, pioveva da sei giorni e avrebbe piovuto per altri sei. L’Esselunga di Porta Nuova ha aperto dove c’è la piazza Gae Aulenti, il nuovo polo commercial-avveniristico del quartiere Garibaldi. È una piazza ultramoderna e un tantino alienante, con un discreto passaggio ma ancora senza storia, incastrata fra il quartiere popolare dell’Isola e la trincea specchiata di banchieri, assicuratori e business men di Garibaldi e dintorni. Piazza Gae Aulenti è una novità, una creatura di cui i milanesi vanno fieri ma a cui non si sono ancora abituati, che non hanno capito come usare. Spazi aperti, di berlinese angoscia, che aspettano di trovare la loro personalità e promettono di inventarsi un modo per esprimere calore. Caprotti e famiglia hanno deciso di aprire proprio lì. Sottoterra. Sono arrivati e hanno regalato ai milanesi un rifugio sotto al futuro. Sottoterra, come tutte le tane che si rispettino. (Location manager, promosso.) Inutile che ve lo dica, dentro all’Esselunga di Porta Nuova non c’è niente di davvero speciale.

Ci sono le orate in offerta, i ciclamini tutti in fila, il salvatempo per la spesa e gli sconti Prezzo Amico. D’accordo, i prodotti sono disposti bene, le luci sono calde e l’offerta è tanta, mais bon. E’ un supermercato coi fiocchi, ma pur sempre un supermercato.

Poi però ho guardato la gente. E lì qualcosa l’ho capito.

vecchietto_esselunga

C’erano i designer vegani che vanno da Natura sì. C’erano i vecchietti con la coppola del fruttivendolo all’angolo. C’era la escort russa appena uscita dal Virgin Sport & Fitness Center.

C’era la signora bene impellicciata che rovistava fra i Barbera in offerta. C’era la famiglia con tre bambini al seguito che è venuta da fuori, ha parcheggiato la station wagon al -2 e si è portata le buste rinforzate da casa. C’era l’assicuratore con la ventiquattrore che era venuto a lavorare durante il weekend ed era sceso a comprarsi il pollo arrosto, e c’era la signora di piazza Irnerio con la sportina già piena “Ah io per le verdure solo 3 banco a sinistra dopo il fioraio, qui per carità solo i detersivi… per quanto quei tomini prendi 3 paghi 1…”.

C’era Milano, insomma. Milano che sempre sfugge, Milano che di solito la vedi a pezzi, una faccia alla volta, mai tutta in un colpo. Il supermercato col logo più lungo del mondo è un luogo in grado di unire popoli diversi, estrazioni sociali disparate e di rispondere alle diverse esigenze. La Fao della spesa milanese, insomma.

Son tutti lì, in quelle luci calde, a scivolare come in un musical sul pavimento lucente. Non sono felici, non sono migliori e non sono neanche più furbi degli altri. Semplicemente, sono lì, tutti insieme, più o meno appassionatamente. Ho pensato a Pechino, a quel sole rosa proiettato sul maxischermo nella piazza grigia di smog. Ho pensato che ci avevano fregato tutti un’altra volta.

pioggia_esselunga

Ma fuori pioveva, c’era un freddo becco, l’Isola era vuota, il mio frigo anche e non era troppo male trovarsi lì. Così me la son goduta, ho assaggiato il primo sale in offerta, ho fatto scivolare il carrello sulle piastrelle lucenti e ho osservato Milano Nord che faceva provviste.

(Voi non avete neanche idea di che razza di carrelli hanno progettato, scivolano che è una meraviglia, e puoi girare la maniglia nel senso inverso. Una cosa mai vista, solo quello valeva la visita, giuro. Caprotti deve averli pagati una fortuna). 
Non ho fatto la Fidaty card, no, a tutto c’è un limite. Ma ci tornerò, e non solo perché qui piove sempre e al mercato se piove non si può mica andare. Per la mozzarella, che è buona, e il pesce, che è pescato e ha un prezzo ragionevole, e per la pasta per la pizza, che è fatta con l’olio extravergine. (E per i carrelli, è ovvio). 
“Nel mezzo di un gelido inverno, scoprii che dentro di me c’era un’estate invincibile", scriveva Camus.
Io ho scoperto l’Esselunga.

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