In difesa di Diego Rossi di Trippa (e della sua antipatia)

trippa rossi milano

In difesa di Diego Rossi di Trippa (e della sua antipatia) Non ha vinto il premio simpatia, Diego Rossi di Trippa. Anche quest’anno, se cerchiamo un oste pacioso, comprensivo, alla mano, umile, dobbiamo andare da un’altra parte. Ma non hanno preso l’Oscar simpatia neanche gli opinionisti che si sono scagliati contro di lui.

tagliatelle trippa milano
foto tratta da Instagram

Mettiamo in fila le cose. A far scalpore è stata la decisione di togliere dalla carta i suoi mitici vitello tonnato e tagliatelle al burro e parmigiano. Subito sono arrivati gli odiatori di questa nuova divinità contemporanea che sono gli chef. Che si sono scagliati contro il fighettismo di Rossi e a favore del diritto inalienabile dei clienti di fare quel che gli pare. Forse chi ha condannato Rossi è lo stesso che non molto tempo fa vergava editoriali di fuoco contro i clienti che tempestano di foto i piatti e trasformano una cena in uno show per Instagram o TikTok.

Fatto sta che in molti hanno allargato il bersaglio. Contro un modello di ristorazione che viene identificato con Milano, ma che in realtà a Roma non è così diverso. Si è contestata  la decisione di inserire la carta di credito a garanzia per combattere l’odioso fenomeno dei no show. Si è contestata la decisione di chiudere sabato e domenica. E la divisione della serata in fasce orarie, che obbligano a levare le tende dopo 120 minuti, ovvero due ore dall’inizio (il primo comincia alle 19.15, il secondo 21.15 fino a chiusura locale). Anche i cinque minuti di tempo a disposizione per prenotare, altrimenti perdi il posto, sono contestati.

Insomma, si tratta di un modello di ristorazione rigido, con regole contestate perché rischiano di ridurre la spontaneità e il piacere di una cena. È così? Diciamo che alcune regole sono sacrosante, come la carta di credito, altre fastidiose, come il doppio turno.

Ma c’è da dire una cosa parecchio banale e parecchio ignorata in questi giorni. Diego Rossi può fare esattamente quello che vuole. Il motivo per cui ha deciso di togliere i piatti non è che odia i clienti e vuole «educarli», come ha detto qualcuno. È che si è stufato di vedere ordinati sempre gli stessi piatti, per una moda social. Ha contribuito anche lui a crearla? Certo, tutte le attività provano a funzionare e a trovare chiave di accesso ai clienti. Ma poi, dopo un po’, è legittimo che uno chef voglia cambiare. Per trovare nuovi stimoli.

trippa diego rossi milano

Ma cos’ha detto esattamente Rossi? Ecco la frase incriminata.

“Sono stufo di vedere clienti che vengono solo per postare la foto dei miei piatti più famosi. Viviamo con la nostra testolina, non con quella degli altri. Due clienti sono entrate da Trippa per mangiare le tagliatelle che avevano visto decine di volte sui social. Quel piatto era finito. Il resto della cena è piaciuto, ma la delusione è rimasta. Lì ho capito una cosa: Instagram non condiziona solo quello che scegliamo. Condiziona il modo in cui viviamo un’esperienza, ancora prima di averla vissuta“.

Cosa dice, quindi? Che lo irrita questo appecoronarsi sui social, per seguire le mode del momento (a voi no?). Che lo irrita che la gente venga non perché gli piacciono i piatti che cucina, ma perché vogliono fare le foto e dire: io c’ero. Si dirà: il cliente fa quello che vuole. Verissimo. Allora possiamo tranquillamente dire che lo chef, o il proprietario chef, fa anche lui esattamente quello che vuole. Se decide di avere un certo tipo di clientela, più interessata a sperimentare nuovi piatti che a replicare lo show stucchevole dei social, sarà una sua scelta.

 

Dunque, il punto di partenza è questo. Se Diego Rossi vuole mettersi a fare la cacio e pepe o la pizza con l’ananas, sono fatti suoi. Se decide di inserire la carta di credito per combattere l’odioso fenomeno dei no show, non è il primo e non sarà l’ultimo. Anzi, è parecchio in ritardo. Se decide di chiudere sabato e domenica, chi siamo noi per dirgli che no, che non deve?

Detto questo, i clienti sceglieranno se abbandonare Trippa, delusi dalla mancanza dei piatti-feticcio, o se provare qualcosa di nuovo. Decideranno se è il caso di impegnarsi gratuitamente con una carta a garanzia, o andare in un posto senza troppi impegni (magari disertandolo senza avvertire, se trovano qualcosa di meglio). Il cliente non ha sempre ragione, al ristorante, ma ha sempre ragione dal punto di vista astratto: se va o non va, sono solo fatti suoi e nessuno può dargli la colpa di nulla.

Per concludere questa polemica un po’ ridicola, possiamo discutere della simpatia di Rossi e  dell’opportunità di questa scelta mediatica. Possiamo decidere di andare in altri ristoranti meno frequentati e meno di successo, con meno regole e più flessibilità. Ce ne sono parecchi e molti di quelli che commentano ora Trippa non ci sono mai stati e non hanno mai assaggiato le loro tagliatelle, per il banale motivo che trovare posto è sempre un’impresa. Trippa non è un ristorante qualunque è il prototipo di trattoria contemporanea che, a torto o ragione, è diventato una storia di successo, che deve gestire, con qualche fatica.

Dunque, andiamo in pace e le tagliatelle al burro e parmigiano facciamocele a casa, che vengono benino lo stesso.

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