Il ristorante Song a Roma porta, già da qualche anno, in zona Prati una cucina cinese di livello: dim sum, anatra alla pechinese e un ambiente raffinato.
Per anni la cucina cinese a Roma, e in Italia, è stata vista come una scelta economica e veloce. Per fortuna sono nati indirizzi che hanno come obiettivo quello di raccontare l’autenticità delle tradizioni culinarie, mettendo attenzione e competenza. Un esempio è Song che raccoglie nel quartiere Prati affamati di Cina in grado di andare oltre i cliché, nel segno di una nuova fase della ristorazione asiatica a Roma: matura e consapevole.

Aperto nel 2021, Song fa parte del Gruppo Okasan, di proprietà delle famiglie Wu e Okazaki (titolari anche di Okasan, Otosan, Hiromi Cake e Hiromi La Maison), e occupa gli spazi di un vecchio ristorante cinese storico. Ma al posto di cancellare il passato, qui è stato fatto l’opposto, facendo leva sulla valorizzazione. Durante la ristrutturazione, ci hanno raccontato, sono emersi elementi che raccontano la storia e la cultura di questo Paese con eleganza. Il soffitto decorato, illuminato in modo da svelare solo parte delle sue trame, i cavalli in bassorilievo che si intravedono da una parete attraverso fori circolari, i dettagli in legno e metallo realizzati da artigiani cinesi. Tutto è stato mantenuto e reinterpretato. I toni sono scuri — rosso, nero, ottone — con divanetti in velluto e luci soffuse che creano un’atmosfera intima ma non pretenziosa.
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Il rito del dim sum da Song a Roma

In cucina, fin dall’inizio, c’è Chu Ling San, chef cinese con ben 40 anni di esperienza internazionale. La sua è una proposta fedele alla tradizione di Hong Kong che non rinuncia a tocchi contemporanei, attenta alle materie prime e alla precisione dei gesti. Grande protagonista del menu è il dim sum, piccoli bocconi che diventano a tutti gli effetti un rito gastronomico, più che un antipasto, e da Song si celebra con una delle selezioni più ampie della città e con un percorso degustazione (a 29 euro a persona) che ne propone otto in sequenza, secondo l’intensità dei sapori.
Tra i più convincenti ci sono gli Xiao Long Bao, ravioli di pasta di grano cotti al vapore e ripieni di maiale e brodo da mangiare in un solo boccone; ma la degustazione continua con i ravioli ripieni con gamberi e tobico verde (tipici della provincia di Guangdong), quelli gamberi e capesante e ancora quelli ripieni di ragù d’anatra e spezie. In carta non mancano i Bao (4-8 euro), i famosi panini cotti al vapore e con varie farciture, come maiale caramellato e funghi e verdure, e i Noodles, da quelli con astice (28 euro) fino al manzo e salsa piccante (12 euro).
Cosa mangiare da Song a Roma: l’anatra alla pechinese

Menzione a parte per l’anatra alla pechinese (18), piatto forte dello chef. Qui la preparazione dura oltre trenta ore e il piatto è servito secondo il rito tradizionale. A guidarlo è il bravo Francesco Pietro Chiarillo, maître e direttore di sala sin dall’apertura, che accompagna i commensali nella degustazione mostrando come comporre le crespelle con la carne, le verdure croccanti e la salsa. Uno di quei gesti che raccontano la differenza tra un semplice servizio e un’esperienza curata.
La carta dei vini è stata completamente ripensata negli ultimi anni, ma ancora in evoluzione. Non una lista enciclopedica, ma una scelta ragionata che si muove tra grandi classici e produzioni naturali, tanta Italia e qualcosa dalla Francia, costruita per accompagnare bene i piatti. Non da poco in un ristorante cinese.
Song. Via Valadier 14, Roma. Tel. 06 3215804. Sito
