La mafia nei ristoranti, il Merlot desolato e la globalizzazione delle cioce: Er Murena in punta di forcone

La mafia nei ristoranti, il Merlot desolato e la globalizzazione delle cioce: Er Murena in punta di forcone

 

Visintin, la mafia nei ristoranti e i politici distratti

Leggo della prossima, ultra meritoria del sempre amato Valerio M. Visintin, che si occuperà, con ospiti autorevoli, di mafia e ristorazione. Ma soprattutto leggo i dati: “Secondo fonti non ufficiali a Milano un ristorante su cinque ha rapporti –più o meno stretti e volontari– con la malavita organizzata. Percentuale che raddoppierebbe limitando l’inquadratura alle nuove aperture”. Ripetete con me: un locale su cinque è mafioso o taglieggiato dalla mafia (spesso il confine è labile). Tra le nuove aperture, 4 su 10 sarebbero coinvolti. Ecco un bel tema per la campagna elettorale: la mafia. No eh? Meglio parlare di legittima difesa eh?

Meeting, attenti ai gorilla

Ci sediamo fuori da Meeting, piazza Bologna. Di fronte ci son gorilla enormi su un camion, perplessità. Ma ok, a Roma ci può stare anche questo. Arriva il ragazzo, a guisa di cameriere. Chiediamo un bicchiere di vino. La prima domanda è facile: bianco o rosso? Rosso. Cosa avete? Lui sciorina con qualche difficoltà l’elenchino: “Abbiamo merlot, cabernet franc, shirah, barbera“. Ah beh, merlot eh? Ma tipo chi sono i produttori? Sconcerto, nebbia che attraversa la corteccia cerebrale del ragazzo in guida di. “Mah credo che siano tutti di un produttore friulano“. Friulano eh? Del Collio? Si scherza, tranquillo. Prendiamo un “cabernet franc”, guardando con aria di sfida i due gorilla. Pochi minuti dopo arriva un vassoio con due bicchieri di vetro con dentro del liquido rosso. “Cabernet franc e merlot“. Quale dei due? “Quello”. E la bottiglia dov’è? Sicuro che non sia Tavernello? A Roma direbbero, “mortacci vostri“.

La globalizzazione, le cioce marciano sulla Madonnina

E’ la globalizzazione bellezza, e voi non potete farci niente. Uno si aspetterebbe che Roma diventasse finalmente internazionale, moderna, aperta alle novità, alle cucine del mondo. E invece resta insopportabilmente provinciale, ripiegata sul suo abbacchio, in un’eterna coazione a ripetere. Per contrappasso, Milano, che ha un panorama della ristorazione enormemente più vario e contemporaneo, da qualche tempo è invasa dalla romanità. Ricacciate in una nicchia per appassionati mondeghili e rustin negàa, ecco affacciarsi prepotentemente la cucina romana e dintorni. Prima l’arrivo trionfale di un classico, sbiadito, come Felice a Testaccio. Poi l’arrivo in pompa magna della genialata piaciona di Stefano Callegari, il Trapizzino. Ora lo sbarco di Ba Ghetto e della cucina giudaica a due passi dalla sinagoga de Milàn. Che dire? Evidentemente ce la meritiamo, questa globalizzazione. Si sta come a Roma, la birra nella ciocia.

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