Storace: i marò o chiudiamo i ristoranti indiani


Dice Francesco Storace, quello del “meglio frocio che laziale”, che se non liberano i marò, “chiudiamo tutti i ristoranti indiani di Roma“.

Non sarebbe una perdita gravissima, vista la qualità media non eccelsa, ma diciamo che ci piacerebbero politici che studiano come aprirne di nuovi, e di migliori, di ristoranti. Indiani e non solo. Perché a Roma i ristoranti stranieri sono negletti, ignorati dai più, disprezzati da altri. Si dice che a Roma anche il cinese sa di coda alla vaccinara. Il cibo romano, la romanità, impregna talmente tanto l’aria della Capitale da non lasciare spazio ad altro. Storace (un refuso, lo chiamava Enzo Biagi, alludendo al quasi omonimo gerarca fascista Starace) è stato ministro della Salute. Durante l’allarme aviaria, rassicurava, dicendo che “in Italia nessuno mangia polli crudi“. Affermazione difficilmente smentibile, salvo casi di cannibalismo animale.

india

Comunque sia, sono pronti altri importanti provvedimenti di politica estera, sempre nello stile maschio e risoluto dello sciovinismo italico e del provincialismo capitolino: se Hollande non risolve civilmente la questione Calais, Vendola chiederà il bando di crepes e baguettes; se  Trump vincesse le primarie, Fassina prenderebbe personalmente a calci in culo Bastianich; se la Merkel non ci concedesse la flessibilità, Renzi asfalterebbe la birra tedesca, sostituendola con spuma nostrana.

E i marò? Sono avvertiti: tornati in patria, dovrebbero ingozzarsi di supplì e spuntature di maiale insieme a Storace e alla Meloni. Sicuri che convenga?

(ridiamo per non piangere, ovviamente)

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