I pub e il coronavirus, la paradossale ordinanza di chiusura della Regione Lombardia

I pub e il coronavirus, la paradossale ordinanza di chiusura della Regione Lombardia. Il coronavirus dilaga, più che altro nelle paure degli italiani, visto che il livello d’allerta è giustamente alto, ma non giustifica l’assedio ai supermercati né il panico generalizzato. Non si aggiungerà qui nulla a livello medico o sanitario, ma solo qualche notazione sull’ordinanza emanata in Lombardia che, secondo quanto sostenuto dall’assessore Giulio Gallera, prevede la «chiusura dopo le 18 dei luoghi commerciali di intrattenimento e svago, come cinema, teatri, discoteche e pub».

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Le autorità pubbliche, in questi casi, fanno quello che possono e ogni provvedimento è parziale, provvisorio e spesso cautelativo. Però ogni provvedimento dovrebbe avere una ratio. Ci si chiede quale sia quello di questa ordinanza. O meglio la coerenza del tutto. Cominciamo da quelli che vengono chiamati da Gallera “pub“. Cosa sono esattamente i pub? Non ci pare una definizione giuridica né univoca. Il nome deriva da “public house” e in Gran Bretagna vengono chiamati così i pubblici esercizi in cui si servono bevande alcoliche. In Italia spesso è sinonimo di birreria. E spesso nelle birrerie si mangia.

L’ordinanza poi emanata dalla Lombardia, precisa le parole di Gallera, e parla di “bar, locali notturni e qualsiasi altro esercizio di intrattenimento aperto al pubblico”.

Ora, ci si chiede, perché prendere di mira bar e locali notturni e non ristoranti e hamburgherie e simili? Sono più pericolosi? E non sono altrettanto pericolosi, per il contagio, i bar affollatissimi del mattino? Certi ristoranti superaffollati di turisti? Il contagio si diffonde soprattutto la sera? Non comprende i mercati? Le sale scommesse? Come trovare un senso a questo provvedimento, che penalizza i pub, senza che si capisca il motivo, se non quello generico di evitare “grandi assembramenti”?

 

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