A Roma il ristorante-bottega dove si mangia al tavolo sociale

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Sciccherie a Roma è un indirizzo tra i quartieri Parioli e Trieste dove la cucina campana stagionale si vive attorno al tavolo sociale, tra vini naturali e prodotti selezionati.

 

 

 

In un angolo tranquillo dei tra i quartieri Parioli e Trieste, in via Metauro, c’è un posto che ha fatto del tempo il suo ingrediente principale. Si chiama Sciccherie ed è nato circa sei anni fa (novembre 2019) dall’idea di due soci, Marco e Colomba, che hanno unito due percorsi: selezione gastronomica, ricerca sul prodotto e un forte legame con la tradizione campana. Nonostante il nome, qui non c’è nulla di pretenzioso. “A Napoli una sciccheria è una cosa semplice, ma fatta con gusto”, ci spiega Colomba. “È trasformare anche una sciocchezza in qualcosa di prezioso”. Proprio come questo locale: nato come bottega, diventato una cucina informale, oggi è un punto di riferimento per chi cerca autenticità e stagionalità, da vivere e condividere intorno a un lungo tavolo sociale che è il cuore dello spazio. 

Il laboratorio a vista di Sciccherie

L’idea iniziale era quella di aprire una bottega con cucina: una selezione meticolosa di prodotti, scelti uno a uno grazie all’esperienza ventennale di Colomba nel settore, accompagnati da piatti essenziali. Nessun menu tradizionale, niente primo-secondo-contorno. Poi, come spesso succede, è stata la clientela a indicare la direzione. “I clienti passavano e spesso chiedevano: perché non fate un sartù? O una pasta e patate?” prosegue Colomba, che arriva da Vico Equense e si porta dietro quella tradizione campana ospitale e spontanea. “Così, in questi anni ci siamo evoluti a ristorante”. 

La lavagnetta di Sciccherie, che cambia ogni giorno con il menu

La lavagna cambia ogni giorno, il menu non ha logiche fisse. Si cucina “come a casa”, in una cucina-laboratorio che lascia spazio alla materia prima e alla creatività. Marco, che si occupa della sala, ha scelto di definirlo “un posto accogliente, non esclusivo, dove puoi entrare, bere un calice, leggere, stare quanto vuoi. Anche senza mangiare”.

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Il progetto Sciccherie a Roma

Non si segue alcuna moda in questo piccolo locale di via Metauro. Al contrario: Sciccherie va in controtendenza. Qui la stagionalità è un vincolo, non una trovata da racconto. Le etichette di vino naturale cambiano spesso, così come “i piatti, che variano in base a ciò che arriva. È un modo per rendere tutto più dinamico, per far tornare le persone con curiosità, per non proporre sempre le stesse cose”, dice Colomba. Il locale ha l’ambizione di essere una piccola isola: “Rokovoko è un’isola lontanissima, non segnata in nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai”, si legge su un vecchio menu, citando Moby Dick. Ed è proprio questa la missione di Sciccherie: non essere facilmente classificabili.

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Sciccherie include una rete di produttori, amici, contadini, artigiani che “rispettano i tempi della natura, la fatica dell’artigianalità, la pazienza del tempo e il valore della tradizione”. Ci sono nomi, volti, storie dietro ogni prodotto servito: la mozzarella del caseificio La Fenice a Presenzano, i dolci di Anna a Curti, le verdure di Matilde Coltiva a Bagnoregio, il pesce di Manaide ad Anzio. E c’è una visione condivisa: “Costruiamo una rete trasparente, che sappia dire noi invece di io. Un patto tra chi produce, chi distribuisce e chi consuma”.

In questa stessa logica di condivisione, da Sciccherie si mangia quasi sempre insieme, intorno all’unico tavolo sociale. Un modo per ricordare che il cibo non è solo nutrimento, ma anche incontro: un gesto collettivo, aperto, capace di unire anche chi non si conosce.

Cosa si mangia e beve da Sciccherie a Roma

Qui si mangia ciò che c’è: ogni giorno si scrive alla lavagna. Niente zucchine a dicembre, quindi niente pasta alla Nerano o parmigiana d’inverno. Ma quando è il momento, quei piatti tornano. Una delle portate a cui sono affezionati è lo spaghetto allo scammaro, una ricetta povera napoletana che parla di digiuni e di ingegno: aglio, olio, olive, capperi, niente uova, ma una sorta di frittata di pasta croccante fuori e morbida dentro. Poi c’è il sartù di riso (14 euro) o l’hummus, le uova al purgatorio (12 euro) o la ricotta di bufala fresca (12 euro), i neri casertani (16 euro), il pan di bufala con burro e alici (12 euro): sono alcuni esempi di questa cucina senza schemi. Anche il vino segue questa logica: solo piccoli produttori, tante etichette naturali, grande spazio all’Italia e alla Francia, ma con incursioni da tutto il mondo. Bottiglie scelte una a una, spesso con prezzi accessibili, perché bere bene non deve essere un lusso, per rimanere fedeli allo spirito di casa: semplice, sincero, curato. “Scic è un patto. Solo cose buone è una promessa”.

Sciccherie. Via Metauro 55, Roma. Tel. 06 6930 6912. Sito. Facebook. Instagram

 

 

 

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