Vini, Nossiter scatena le polemiche

Vini, Nossiter scatena le polemiche

Non si può dire che Jonathan Nossiter sia una persona ipocrita. In un'Italia imbalsamata da mille prudenze e da piu o meno leciti scambi di favori, il nostro regista e appassionato di vino preferito, con un'intervista a GQ, ha lanciato un altro piccolo ordigno nell'acquitrino melmoso delle convenienze, degli opportunismi, dei silenzi tattici.

 

 

Attaccando a testa bassa contro un certo modo di fare ristorazione, contro certi assurdi ricarichi dei vini, contro la chimica nel bicchiere. Facendo nomi e cognomi di ristoranti e aziende. Argomentando. Ecco parte dell'intervista in cui Nossiter prende di mira i ristoranti romani:
"A Roma (ma quasi ovunque in Italia) se entrate da sprovveduti in un ristorante — che sia un tempio dell’haute cuisine o una semplice trattoria — quasi certamente vi serviranno del vino dal sovrapprezzo esorbitante, oppure tossico, o che tradisce la propria identità storica (se non tutti e 3 insieme)”.

La trattoria romana Felice al Testaccio rappresenta un perfetto caso di studio. Il Gambero Rosso, come le altre guide, lo considera ‘una delle più affidabili cucine romanesche, autentica come l’ironia sorniona dei camerieri’. Ma che dire della lista dei vini, un massiccio e decrepito raccoglitore di fogli di carta infilati nella plastica? Nell’elenco predominano cantine industriali o semi-industriali di tutte le principali regioni d’Italia: non certo i vini peggiori, ma poco artigianali o autentici."

Nossiter continua, "avendo consumato da Felice un pasto che sapeva di totale indifferenza, ci sono tornato per capire quella lista dei vini grossa e flaccida. In uno scambio degno dei primi film di Benigni, ho domandato al responsabile alla cassa perché non avessero vini naturali nella lista. Si è stretto nelle spalle: ‘Non ci interessa, ma non sono io che mi occupo dei vini’. ‘Chi, allora?’, ho chiesto. ‘Un ragazzo, Maurizio’. ‘C’è?’. ‘No, non c’è. Viene solo alcune mattine, ma non è lui che sceglie, le compra soltanto’. ‘Chi le sceglie?’. ‘L’enoteca che ce li vende’. ‘E come si chiama l’enoteca?’. ‘Non lo so’. Per un ristorante, lasciare che a scegliere i vini sia un’enoteca con le sue ‘considerazioni commerciali’ è come delegare a uno sconosciuto la scelta delle proprie pratiche sessuali. L’autenticità dell’emozione è la stessa che ci si può attendere, per esempio, dalle signore di un’agenzia pugliese di escort”.

Troppo manicheo? Troppo tranchant? Forse e non è detto che noi di Puntarella, che pure gli abbiamo fatto una lunga e dettagliata intervista, (che troverete qui) si condivida tutto quello che dice. Ma intanto un applauso e un grazie. Avercene persone appassionate e sincere come lui. Avercene dibattiti come quelli che ha scatenato su dissapore, scatti di gusto e gastronauta.

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