Undici aziende di vino distribuite sui tre versanti del Grande Vulcano Laziale hanno dato vita a VVL, un collettivo che unisce realtà piccole e artigianali per superare la frammentazione della zona e costruire una nuova lettura del territorio. Al centro, suoli vulcanici, agricoltura rigenerativa e fermentazioni spontanee.
Undici aziende, tre versanti, un unico sistema geologico: quello del Grande Vulcano Laziale. È questo il principio alla base di VVL – Vignaioli Vulcano Laziale, un collettivo che prova a leggere il territorio non attraverso confini comunali o denominazioni, ma a partire dalla sua matrice fisica. L’obiettivo è superare la lettura frammentata dei Castelli Romani e ricondurre aree diverse sotto un’unica identità vulcanica, fatta di suoli che cambiano rapidamente da un versante all’altro e restituiscono vini profondamente diversi a pochi chilometri di distanza.
Leggi anche – Dove mangiare ai Castelli Romani: i nostri indirizzi preferiti
Il vino del vulcano laziale come chiave di lettura del territorio

“VVL nasce dal riconoscimento della matrice territoriale vulcanica come identità comune, capace di unire un territorio storicamente frammentato”, spiegano Ilaria Giardini e Matteo Giansanti, tra i promotori del progetto. “Non è solo una caratteristica geologica, ma una vera appartenenza”. Dietro questa operazione, in fondo, c’è anche la volontà di provare a cambiare il modo in cui il vino del Lazio viene percepito fuori, e spesso anche dentro, la regione. Un tema che torna continuamente nei racconti dei produttori.
“Il vino del Lazio vive di un retaggio culturale pesante”, aggiunge Lorenzo Farina, tra i vignaioli fondatori di VVL. “Quello del vino dei Castelli che si portava a Roma per il consumo nelle osterie. Per anni il livello è rimasto fermo lì, mentre il resto d’Italia si muoveva in un’altra direzione”.

Il punto, però, non è rinnegare quel passato. Piuttosto superarlo. Perché nel frattempo questo territorio è cambiato molto più di quanto venga raccontato: sono nate piccole aziende artigianali, si è diffusa un’attenzione diversa per il lavoro agricolo e soprattutto si è iniziato a guardare il vulcano non più come semplice sfondo geografico, ma come elemento identitario. Ed è proprio qui che il progetto VVL diventa interessante. Perché il vulcano, in questo caso, è una struttura reale che ha modellato i suoli, le esposizioni, i microclimi e ovviamente il carattere del vino. “È il territorio che ci detta la condizione essenziale per raccontare il prodotto”, spiegano. E infatti basta spostarsi tra i diversi versanti per accorgersi di quanto il paesaggio cambi rapidamente: la parte sud, più vicina al mare, restituisce vini più caldi e materici; quella nord, più interna e più alta, tende invece verso profili più tesi e verticali.
Un approccio che, senza dichiararlo apertamente, richiama anche certe logiche di zonazione che in altre zone vinicole italiane esistono da anni. “Non vogliamo esagerare”, scherzano, “ma anche territori oggi rinomati sono partiti da condizioni sfavorevoli”.
VVL: undici aziende per raccontare il vino del vulcano laziale

VVL è nato quasi per caso tre anni fa, ma ci ha messo parecchio per concretizzarsi. Come detto, attualmente riunisce 11 realtà sparse sui vari versanti del vulcano: Mattei Wines e Simone Pulcini sul versante nord; La Torretta, Liane, Marco Colicchio, I Chicchi e Terracanta su quello ovest; Il Sambuco, Farina, Colleformica ed Emiliano Fini sul versante sud. Insieme contano circa 30 ettari vitati destinati all’imbottigliamento e una produzione complessiva che sfiora le 85mila bottiglie l’anno. Numeri piccoli, soprattutto se confrontati con quelli di altri distretti italiani, ma che raccontano bene la natura del progetto: aziende spesso minuscole, molto artigianali, che nel fare rete stanno cercando un modo per avere più forza e più voce.
“Ci siamo resi conto di quanto questo territorio avesse bisogno di fare rete”, racconta ancora Giardini. “Soprattutto le realtà più piccole fanno più fatica a emergere. Durante una cena tra produttori ci siamo accorti che alcune aziende si conoscevano appena pur lavorando a pochi chilometri di distanza”. Nel tempo, quella che all’inizio era poco più di un’idea ha iniziato a prendere forma. Alcune aziende si sono aggiunte strada facendo, altre sono arrivate quasi naturalmente, accomunate da un approccio agricolo molto simile: agricoltura rigenerativa, pratiche biologiche o biodinamiche, fermentazioni spontanee e un’idea di vino che punta più a interpretare il territorio che a correggerlo.
“Quello che ci interessa è mantenere un filo diretto tra il suolo e il bicchiere”, spiegano. Ed è anche per questo che nelle loro frasi tornano continuamente termini come tensione, energia, vibrazione, mineralità.
Il “Diario d’annata”: costruire memoria collettiva del vulcano

Tra i progetti più interessanti c’è poi il cosiddetto “Diario d’annata”, una sorta di archivio collettivo attraverso cui le aziende annoteranno l’andamento climatico, le pratiche agricole adottate e le risposte delle vigne nel corso degli anni. “Una specie di anno zero del Vulcano Laziale”, lo definisce Matteo Giansanti, che ha avuto l’idea. “Un modo per costruire memoria e capire come evolve questo territorio”. Anche perché uno dei problemi principali, spiegano, è che il Lazio del vino spesso non conosce nemmeno se stesso. E torna ancora il tema della scarsa consapevolezza territoriale, sia fuori che dentro Roma. “Quando diciamo che qui c’era un vulcano, molti romani cadono dalle nuvole”, raccontano. E forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: il tentativo di rendere leggibile un territorio che finora, pur essendo sempre stato lì, non aveva mai davvero trovato un linguaggio comune.
Roma come mercato e come punto di ritorno culturale

Il rapporto con Roma, inevitabilmente, resta centrale. Non solo perché la città è il mercato naturale di queste aziende, ma anche perché gran parte della storia del vino dei Castelli è sempre passata da lì. La collaborazione con Trapizzino – dove si è tenuto l’evento di presentazione “La Scintilla” l’11 di maggio – va letta anche in questa direzione. “Vorremmo riportare la cultura del vulcano dentro la città”, spiegano, dando appuntamento a Tralci Vulcanici, la festa del collettivo prevista il 14 giugno al Parco Archeologico del Tuscolo.
