Spot del Tavernello 2019, tre sommelier ci spiegano quanto siamo cialtroni

Spot del Tavernello 2019,  tre sommelier ci spiegano quanto siamo cialtroni

Spot del Tavernello 2019, tre sommelier ci spiegano quanto siamo cialtroni

Succede che il marketing della Caviro, l’azienda che produce il Tavernello, abbia avuto una bella idea, per provare a riposizionare il brand in un target più alto. Metterci di fronte ai nostri pregiudizi, alle nostre velleità, al nostro fanatismo enogastronomico. E lo hanno fatto con un video spot, presente sulla piattaforma di FanPage e rilanciato da Intravino. La scena vede tre famosi sommelier (famosi nel piccolo mondo degli appassionati) – Luca Gardini, Andrea Gori e Alessandro Pipero – che mettono alla prova in una degustazione alla cieca alcuni “concorrenti”, sfidandoli a riconoscere il Tavernello. Alla fine, spoiler, si scoprirà che tutti i vini in degustazione erano Tavernello.  E tutti sono molto piaciuti. Naturalmente è tutto finto. E’ uno spot. Quindi non dimostra nulla, però ci tocca da vicino. Perché tutti noi, sommelier e non sommelier, ci troviamo in forte imbarazzo di fronte a un bicchiere di vino ignoto. Vogliamo sapere di che si tratta, e soprattutto quanto costa. Tanto più sarà alto il prezzo e tanto più, per gli appassionati, sarà stimato il produttore, tanto più ci piacerà quel vino. Si chiama suggestione. E’ un effetto difficile da identificare, perché non c’è un parametro per dire se un vino è fantastico o orribile. O meglio, ci sono parametri, ma il gusto soggettivo, e anche la variabilità del prodotto per tipologia, annate e bottiglie, consente giudizi anche distanti e diversi. E dunque?

E dunque, quelli della Caviro hanno toccato un nervo scoperto. Siamo tutti un po’ cialtroni. Basta fare una degustazione alla cieca vera per capirlo. Se n’è fatta una “quasi alla cieca” pochi mesi fa all’enoteca Fafiuché di Roma. A confronto nove vini diversi, di cui si conoscevano i nomi di otto, ma non la sequenza d’assaggio. Il nono, a sorpresa, era proprio il Tavernello. Tra le bottiglie ce n’erano di molto diverse, compresi Barbaresco e Barolo. Alla fine, la trentina di degustatori, normali clienti, hanno amato moltissimo, indovinate un po’,  il Tavernello. E pochissimo il Barolo. Non solo. In diversi hanno detto che il Tavernello era il Barolo. Un po’ troppo,  vero? Però è quello che accade tutti i giorni. Quanti italiani non hanno letto un libro quest’anno? La metà. Quanti italiani hanno mai assaggiato un Barolo in vita loro? Quasi tutti. Ci sta, dunque, che non si riconosca. Non solo. Ci sta che gli piaccia un Tavernello, dal gusto addomesticato, studiato per piacere proprio alla massa.

Ma, si dirà, il problema sono i sommelier. Ci spaccano i marroni con la sfilza di sentori di cardamomo e sella bagnata e poi non riconoscono un Tavernello. Succede eh, come raccontava qualche anno fa Intravino. Cosa dimostra, dunque, lo spot della Caviro? Che il Tavernello è buono? No. Che il Tavernello, bevuto senza pregiudizi, può piacere. Vero. Detto questo, andiamoci piano con il considerare un buon vino il Tavernello. E’ un vino mediocre. Soprattutto per come è fatto. Perché poi il punto chiave della questione è un altro.

Domandiamoci: cosa beviamo quando beviamo un bicchiere di vino? Beviamo un alimento, che ha o non ha sostanze nutritive. Che arriva una vigna dove si usano o non si usano prodotti chimici di sintesi. Che arriva da una cantina dove si usano o non si usano quelle 200 sostanze che possono essere aggiunte al vino che e che non troveremo in etichetta. Che è stato o non è stato passato in un filtro sterile per eliminare le sostanze organiche e minerali che fanno la ricchezza di quel vino.

E ancora. A parte la questione del gusto e quella della salute, c’è quella dell’etica. Parolaccia, mi ammonisco da  solo. Però se il vino che sto bevendo è il prodotto di una storia che conosco e mi piace,  una vigna fantastica, un vigneron appassionato, un uomo o una donna che ci mettono l’anima e il cuore, beh tutto questo si trasferisce nel mio piacere di bere. Quando vai in visita a una cantina, se incontri freddi funzionari del vino che ti illustrano con un dépliant immacolato le qualità del vino, è una cosa. Se invece incontri un produttore nei cui  occhi puoi leggere la fatica, la bellezza, la gioia, la passione del coltivare una vigna e fare un vino, beh stai certo che quando berrai il suo vino ti piacerà molto di più. Suggestione? Sì. Storytelling? Sì. Ma perché volete toglierci anche questo? La vita è anche questo, suggestione. La magia di un grande piatto e di un grande vino si spegne un po’ se dietro non possiamo intravedere un grande uomo o una grande donna o una storia che ci appassiona e ci fa sognare. Detto questo, alla prossima visita al ristorante di Pipero, verificheremo se c’è il Tavernello in carta e a che prezzo.

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