Tritacarne, Giulia Innocenzi ci convincerà ad abbandonare la carne? (e il prosciutto di Parma?)

Tritacarne, Giulia Innocenzi ci convincerà ad abbandonare la carne? (e il prosciutto di Parma?)

Tritacarne, Giulia Innocenzi negli allevamenti di carne. L’inizio è soft, tutto un lessico familiare a base di pappardelle al cinghiale, grigliate di carne e uccellini arrosto, preparati dal padre cacciatore. Ma quei “cadaverini spiumati con la testa penzolante” che giacciono in frigorifero tra lo yogurt mettono già in guardia. E infatti il seguito è tutt’altro che soft. E’ un viaggio, illuminante e bellissimo, ma anche atroce,  al limite dell’insopportabile, tra gli allevamenti di carne intensiva. Una galleria degli orrori che mette a dura prova anche i carnivori più incalliti, come siamo noi.

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Tutto cambia, per Giulia Innocenzi (qui l’intervista che gli fece Puntarella Rossa), quando comincia a stare male e a mettere in discussione il suo stile di vita e il suo regime alimentare. Legge Jonathan Safran Foer  (“Se niente importa”) ed è l’illuminazione. “Prima non sapevo – scrive – perché non volevo sapere”. A quel punto comincia il viaggio. Entri in un mondo strano, dove la natura viene dominata dalle moderne tecniche scientifiche, controllata ma anche deformata, deturpata e finisce per assumere caratteri insieme grotteschi e tragici. Scopri un mondo, fai conoscenza con le vacche frisone, conti il numero delle mammelle delle scrofe (fino a 22), immagini le scene di tortura delle vacche nei macelli, scopri l’esistenza degli “spazzini delle vacche“, degli animali storditi nelle vasche con l’energia elettrica, delle mucche con “finestre” sullo stomaco, della iugulazione, della pistola captiva. Anomalie? Eccessi? Casi particolari? No, purtroppo non è così.

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A che serve questo libro?  A un allevatore, di fronte a un bufalino ucciso brutalmente, la Innocenzi chiede: «Ma non le fa pena?». La risposta è brutale ma onesta: «E lei non prova pena quando mangia la carne?». Alla fine, la Innocenzi conclude: “Il mio non è un appello al vegetarianesimo, piuttosto all’associazione. Associare quello che si mangia a quello che è stato. Così che ognuno possa trarre le conseguenze che più si avvicinano al proprio grado di accettabilità etica. Sarebbe già di per sé una piccola, grande rivoluzione”.

Il libro va letto tutto, ma qui riportiamo alcuni elementi, e alcuni estratti, che possono aiutare a capire di che si tratta.

I maiali

L’incursione negli allevamenti sorprende i maiali ammassati l’uno sull’altro, sopra vasche di liquami, “piscine di pipì”, con un odore nauseabondo di feci e ammoniaca. La Innocenzi racconta: “Assistetti a un maiale che defecava sulla schiena di un altro maiale”. Le condizioni inducono spesso i maiali al cannibalismo. Per passare il tempo, i maiali si mangiano fra di loro, a partire dalle estremità: orecchie, genitali, e soprattutto code. Da qui la prassi della mutilazione. Prima, c’è la castrazione, ovvero il taglio dello scroto, per evitare l’odore di “verro”, sviluppato da ormoni. Poi il taglio della coda, che potrebbe essere evitato creando condizioni di vita decenti e comprando paglia. Ma la paglia costa: è più facile recidere code e orecchie, per evitare che se le mangino a vicenda.

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Il prosciutto di Parma

Il minuziosissimo disciplinare del prosciutto di Parma spiega nei dettagli la procedura per avere un ottimo salume. Ma all’allevamento dei maiali dedica una paginetta striminzita su 52. Il risultato è in questo brano della Innocenzi:

“Io ho visto le cosce tatuate. Le ho viste negli allevamenti con i maiali tutti ammassati, feriti, con i topi che camminavano sui loro corpi. Ho visto il timbro su un maiale che probabilmente stava mangiando «polpe secche esauste di bietola, expeller di lino e siero di latte», insieme però alle feci e alle urine dei suoi compagni di recinto. L’aria non giungeva «dal mare della Versilia», perché quasi sempre le finestre o non c’erano o erano serrate, e non si addolciva «tra gli ulivi e i pini della Val Magra», bensì era intrisa di ammoniaca a causa della quantità enorme di deiezioni presenti nei recinti o nelle vasche sottostanti. Era un odore che ti rimaneva addosso. Era come se rimanesse attaccato alle narici, fra il ricordo e l’ossessione”.

Il pollo a 2 euro

Un veterinario pubblico su una panchina di Villa Borghese a Roma: «Ho accettato di incontrarti perché voglio farti capire il sistema, di cui l’allevatore è solo l’ultimo pirla. Il cinquanta per cento sono dei criminali, ma c’è un cinquanta per cento di brave persone. Ma chi è che gli permette di fare quelle cose lì? È una catena, che parte dal consumatore. Come fa a non chiedersi perché il pollo all’ingrosso costa due euro al chilo, meno del pomodoro?»

mucche

Conigli

“La mortalità negli allevamenti di conigli è altissima: arriva a toccare il trenta per cento. Supera il cinquanta quando si diffondono malattie altamente contagiose, e non è una rarità. Diarrea, micosi, encefaliti, infezioni oculari, enteriti, parassitosi alle orecchie, malattie respiratorie, escherichia coli. Le malattie gastrointestinali sono il primo fattore di morte dei conigli: si gonfiano come palloncini. Dopo dodici settimane, chi sopravvive va al macello. Le femmine, per vivere più di dodici settimane, possono sperare di diventare fattrici: partoriranno ogni quarantadue giorni, e fra un parto e l’altro saranno impegnate ad allattare per circa un mese.40 A questi ritmi non possono comunque sperare di superare l’anno di vita”.

La bufala e i bufalini

» Entriamo nel ristorante dell’allevamento, che ha il caseificio in loco. Ordiniamo il piatto degustazione: mozzarella di bufala, ricotta di bufala, bufala affumicata… Che piacere mangiare quel ben di Dio, una specie di orgasmo alimentare. Ma qual era il costo di quella bontà in termini di sofferenza animale, escluse le «nicchie»?
… Perché non mi ero mai chiesta che fine fanno i maschi delle bufale?  … A pochi chilometri da lì, meno di un anno prima, dodici vitellini erano stati trovati legati tra di loro e appesi a un albero. «Lasciati morire di stenti con la speranza che le carcasse sarebbero diventate cibo per gli animali selvatici.» Così diceva l’articolo di giornale. Che citava anche altri modi in cui venivano ammazzati i bufalini maschi: buttati nei fiumi con le zampe legate; soffocati nella stalla con la paglia ficcata in gola; sotterrati vivi; gettati nella fossa dei liquami”.

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Tritacarne, Giulia Innocenzi, Rizzoli, 252 pagine, 18 euro

 

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