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La Dogana Food a Roma, stroncarlo è un gesto di snobismo o un atto doveroso?

la dogana food lampade by puntarella rossa

La Dogana Food a Roma è un grande ristorante e un ristorante troppo grande. E' una gioia per chi è curioso e vuole scoprire e si fa tentare dal fascino della cucina orientale e vuole spendere poco. Ed è un dolore per chi rispetta la diversità delle cucine e delle culture e vuole mangiare bene. La Dogana a Roma, a Porto Fluviale, è un dilemma per chi vuole scriverne: trattarlo come una novità positiva, che introduce nel conservatorismo culinario romano una breccia di modernità e di multiculturalismo o considerarlo l'ennesimo prodotto dozzinale che fa del gigantismo e dell'esotismo un'arma spuntata, che finisce per impoverire la grande bellezza dello scoprire altri mondi, altre cucine, altre culture? (Per noi, è la seconda che abbiamo detto, ma parliamone).

Scavallo Eataly e Porto Fluviale ed eccomi qui, dentro la Dogana. Vago per qualche minuto tra i tavoli, poi decido di sedermi. La gentile e anziana cameriera, di presumibile nazionalità dell’est, mi viene incontro al tavolo sorridendo, quasi ridendo. Mi incuriosisce. Guarda come è felice di accogliere un cliente. E per di più quel cliente sono io. La mia umile personcina. Che gioia di lavorare, che entusiasmo, che premura. 

Mi predispongo al più smagliante dei miei sorrisi (non che smagli granché) e lei mi investe di parole, non tutte comprensibili: “Trovato, oh bene, tavolo 79! Meno male, oggi casino, gran casino, sbagliati tutti i tavoli, non si capisce nulla!”. Contagiato dal suo incomprensibile buon umore, sorrido anch’io, felice di essere scampato, almeno io, alla catastrofe logistica. Per sicurezza do un'occhiata: sì, tavolo 79, tutto in regola. Poi la cameriera sparisce, insieme al suo incongruo entusiamo, dopo avermi lasciato il menu sul tavolo.

Mi rigiro sul divanetto di pelle trapuntata (tradizione giapponese? vietnamita?) e do un’occhiata intorno. Dietro di me ci sono delle gabbiette, senza uccellini. Mi interrogo per qualche secondo (gabbie cinesi? mongole?) poi capisco: sono i copri lampade. Allargo lo sguardo. 

Uno spazio enorme, 1600 metri quadri. Un vecchio fabbricato industriale rimodernato ma piuttosto anonimo. Un via di mezzo tra lo Spizzico di Roncobilaccio e una mensa aziendale di buon livello estetico. Una tavola calda, un self service aeroportuale affollato da gruppi di romani reduci dall'eccitazione un po' isterica per Eataly e in cerca di un esotismo incomprensibilmente mortificato dagli architetti.

Certo, ci sono i banconi centrali, colmi di vassoi, ammassi di piatti e cibo che i più, abituati alle badilate di cacio e pepe e matriciana, faticano a inquadrare in una categoria commestibile. Qualche sparuto cartello prova a dare un minimo di informazione, ma la maggior parte dei vassoi restano inesplicabili.

Dopo aver studiato la situazione e avere mangiato, faccio il punto con la mia coscienza. Stroncarlo? Un paio di amici inorridiscono: ma come, trovi un posto così vario e interessante dove mangi a poco prezzo e lo vuoi stroncare? Sì e vi dico perché.

Gigantismo

 

Una volta Umberto Eco disse che il museo perfetto dovrebbe avere una sola opera esposta. Ecco, magari non proprio un cliente, ma il mio ristorante preferito non dovrebbe avere più di 30/40 coperti. Oltre i 50 si è rischio. Oltre i 100 diventa un incubo che impedisce a chi cucina di cucinare bene, a chi serve di orientarsi e a chi mangia di mangiare in pace. Qui siamo a oltre 500.

Eccesso d'eclettismo

Già parlare di cucina orientale non ha senso. È come parlare di cucina europea. Ma qui con l'eclettismo sfioriamo il ridicolo. L'offerta ufficiale prevede cucina cinese, giapponese, thailandese, italiana e sudamericana. Qualcuno parla anche di mongola e vietnamita, E perché escludere il Congo belga? Ma chi ha messo in piedi tutto questo e chi cucina? I proprietari sono tre famiglie cinesi (gli stessi di Ginza e di altri ristoranti "giapponesi" a Roma). E in cucina? Cinesi, italiani e giapponesi. Il mix perfetto per un calderone indigeribile.

Tipicità ed etnicità

Il bello di andare in un ristorante straniero è quello di scoprire un’altra cultura. Che è la cultura gastronomica, prima di tutto, ma anche quell’accoglienza. Se andiamo in un ristorante vietnamita ci piacerebbe imparare qualcosa. Scoprire dai camerieri, possibilmente vietnamiti, i segreti dei piatti, così lontani dalla nostra cultura. Assorbire dall’ambiente elementi di storia e tradizione del Paese che visitiamo, sia pure nel suo avamposto gastronomico in terra straniera. La questione è delicata perché non c’è niente di più stucchevole di un posto troppo tipico. Di un ristorante italiano con tovaglie a quadri e mandolini e laurepausini in sottofondo. La tipicità ci mette un attimo a scadere nello stereotipo. Mangiare sudamericano in una fabbrica con le lampade rosse all'Ostiense ricorda un po' le osterie dei Soliti Idioti, con i camerieri cinesi che fingono di parlare toscano e servono pesce gatto alla griglia

Il servizio

Non c’è manicaretto che tiene se a consegnartelo è un energumeno maleducato o una cameriera disorientata nel tempo e nello spazio. Alla Dogana c'è il melting pot. Bene, benissimo. Non saremo noi a dire qualcosa contro la contaminazione e la fusione di culture. Ma forse qui c'è qualcosa che non va. La signora che mi serve confessa che fa fatica a capirsi con gli altri colleghi. Il ragazzo (pachistano?) che arriva dopo, prova a spiegarmi in una lingua che somiglia solo vagamente all’italiano il funzionamento del ristorante. Io capisco solo la parola buffet,qualcosa che sembra “impiastro” e poco altro. Inutile chiedere a una terza persona che cosa sia quel materiale sconosciuto che naviga in una zuppa misteriosa. Rimane a guardarti con aria perplessa e dice: zuppa.  

Qualità del cibo

Ci sono i banconi con i vassoi d'alluminio. Da lì ti occhieggiano vermicelli tristi, ammassi di riso basmati, fritti incartapecoriti. Saluto la fetta di limone che naviga nel sughetto e faccio ciao con la manina alle chele di un granchio. 

C'è anche la pasta, con una quintalata di altre cose dentro. E poi, certo, ci sono i sushi, le verdure al vapore, le zuppe, le griglie yakitori e teppanyaki e il churrasco. Si può ordinare un piatto e farselo fare espresso al bancone. C'è anche lo Huo Guo, la zuppa che ti fai da solo. E poi gamberi, il tonno, il riso con il pollo.
 

Tanto, troppo. Su tutto regna una confusione che disorienta. E una qualità che lascia poco o niente soddisfatti.

Costo

Va bene, il prezzo è il punto forte. Il menu pranzo costa 12,90 euro a persona. Il menu cena costa 18,90 (19.9 nel weekend). Il buffet è illimitato. Prendi quello che vuoi, senza limiti di quantità.  Ma siamo sicuri che basti? Sicuri sicuri?

I voti di Puntarella Rossa

Cucina: 5

Ambiente: 5

Servizio: 4

BonusC'è anche il menu bambini (quelli "alti fino a 1,3 metri!) al 50 per cento.

Malus: vedere sopra

La Dogana Food, via del Porto Fluviale 67b, Roma, tel 065740260. Il sito

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One Comment

  • Roberta
    5 maggio 2014 | Permalink | Rispondi

    Mediocrità esagerata…bocciato,mi dispiace

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