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Smoke ring in via Portuense, pessimo Bbq “alla romana”

smokering roma

Smoke ring Roma. Se non il peggior ristorante di Roma, titolo purtroppo sempre in palio nella Capitale come in un’eterna asta al ribasso, di certo una delle peggiori nuove aperture degli ultimi cinque anni. Dopo un’ora di insulti figurati e deprivazioni materiali, usciti dal nuovissimo e inspiegabilmente ben segnalato (da altri) “Smoke ring” non ci si può non augurare che questo cambi radicalmente, o chiuda al più presto.

I fatti. Martedì sera, saltellando allegramente insieme alla Principessa Sissi su Internet in cerca di nuovi posti da testare per cena, ci siamo imbattuti nella segnalazione del sunnominato Smoke ring. La nuova apertura non è notizia da poco, riflettiamo, perché il locale insiste in un’area sciagurata, Porta Portese, che, non v’è chi non lo sappia, forma, insieme a Trastevere, il famoso “binario della morte” della ristorazione romana: come per una maledizione rionale, infatti, non c’è locale che apra in zona (fatte salve rare, benedette eccezioni) che non finisca per servire pietanze congelate e impresentabili, per mano di camerieri insolenti e impreparati.

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Insomma, rallegrati, carichi di aspettative, lo andiamo a provare. Tanto più che siamo anche reduci dal nostro annuale pellegrinaggio ad Austin dove, presso il glorioso Iron Works, abbiamo goduto di un memorabile Bbq alla texana, un’esperienza mistica che ci ha ricordato del perché siamo così innamorati del roast & smoke (il sistema di cottura in voga da quelle parti e, con approssimativa usurpazione di titolo, plagiato in questo nuovo locale). 
Lo andiamo a provare, questo Smoke ring, dunque.

brasserie 4.20L’entrata è proprio a fianco a quella della storica birreria 4:20. L’uomo di riferimento, del resto, è lo stesso: il noto birraio, fuoriclasse del luppolo, Alex Liberati. Apro la porta, come si conviene, per far entrare la comitiva – la Principessa aveva portato con sé anche un paio di amici – e vengo travolto da un’ondata d’aria polare. Direttamente dagli Stati Uniti, penso rievocando le immagini viste ai tg dei congelamenti americani di questi giorni. Mi guardo intorno: il ristorante, come tutti quelli ricavati in quel pezzo di città, è poco più di una grotta, pittoresca, suggestiva, anche bella, ma incredibilmente priva di un qualunque sistema di climatizzazione. Ed è gennaio. I miei ospiti decidono prudenti di tenere indosso il giaccone, il che, abbinato ai tavoloni in legno grezzo, non deprecabile cifra stilistica del posto, più che North Carolina o Texas fa tragicamente Ovindoli.
Poco male, penso, levandomi il giaccone per dare il buon esempio, se è vero quello che ho letto, ci scalderemo con il cibo. Impugno le istruzioni d’uso del posto – sopra c’è scritto proprio così, “istruzioni d’uso” -, che poi sarebbe il menu. E leggo ad alta voce. Una lettura complessa, per altro, uno slalom tra Pork Reebs, Links, Coleslow, Sr mac ‘n’ cheese e altri deliziosi prodotti born in Usa. Leggo, spiego, traduco, millanto laddove non so, ma poi, schettinianamente m’incaglio sullo scoglio della quantità: c’è scritto infatti che si può ordinare a peso, a porzione e a pezzo. E però non è spiegato quanto il pezzo sia grande. Dipenderà dalla bestia, la butto là. Cioè, se il manzo, poveretto, era bello grosso il pezzo sarà grosso anche lui, se invece era sfigato arriva una polpetta. 
Raccolgo le ordinazioni sull’apposita modulistica stile inps (c’è anche la matita un po’ mordicchiata all’estremità, segno che qualcun altro aveva avuto le mie stesse difficoltà) e vado al banco. A depositare. E lì arriva la prima sorpresa, la prima tappa del mio calvario. «Macché Beef ribs!», mi smonta ilare la cameriera evidentemente divertita dalla mia bizzarra aspettativa di poter ordinare quanto scritto sul menu. «Oggi abbiamo solo queste cose qui». E mi indica un foglietto avvizzito dall’inavvertito e neanche troppo recente contatto con la birra, buttato sul bancone. Leggo, e non ci trovo niente di quanto appena letto sul menu-istruzioni. Ci sono solo tre piatti: 1) il collo di manzo; 2) le salsicce; 3) il beef ribs, ma disossato: “Prima togliamo l’osso poi lo cuciniamo”, mi spiega la cameriera.  
Mi fermo un attimo a pensare al “beef ribs disossato”, che sarebbe: costolette senza costolette, un concetto molto in sintonia con questi tempi di crisi, qualcosa di affine a quello di sformato di patate senza patate o più precisamente a quello di pesto senza basilico. 
Sto per muovere l’obiezione ma il mio sguardo alluna come l’Apollo 11 sugli occhialoni neri e aridi della cameriera. Lascio perdere e ordino un po’ di tutto, a caso. Per assaggiare. Poi, passo alle bevande. Due birre (la vicinanza al 4:20 è una garanzia) e due bicchieri di acqua frizzante. Chiedo. “Ah no”, mi dice ancora la signorina. “Qui non abbiamo acqua frizzante. E nemmeno quella naturale. C’è solo acqua di rubinetto”. E indica il lavandino. Io penso sia uno scherzo e mi rivolgo a un collega della gentile occhialuta: “Ma è una scelta precisa di marketing o un disguido?”, chiedo. “Non so – mi fa quello – stiamo valutando la cosa”, e se ne va guardandomi come il paesano che arrivato in città si permette di andare in giro a chiedere bicchieri di acqua frizzante.
Riporto, timidamente, i termini della situazione alla Principessa Sissi, notoriamente intollerante e vieppiù cattiva, soprattutto se assetata e impossibilitata a soddisfare la propria sete. Paziente, ella concede di ripiegare su un bicchiere di Coca cola – per motivi suoi, stasera, non può bere alcolici -. Ma niente, pure la Coca cola non c’è. In cambio le viene proposto un ginger ale. Anche per evitare spargimenti di sangue e violenze intuili, intervengo. Ci accontentiamo del boccale d’acqua del sindaco (il ginger ale con la carne affumicata sarà anche un grande accoppiamento, ma noi siamo un po’ provinciali). E rimaniamo in attesa della carne.

carne_smoke ring
Carne che arriva subito, una quarantina di secondi. Manco fosse nascosta sotto la cassa. L’impiattamento, come si dice di questi tempi, è roba da rancio al Camp Mittica, Nassirya, Iraq luogo che una volta frequentai per motivi inconfessabili. Una tonnellata di carne buttata su un vassoio rosso. Sono certo che se uno chiedesse all’Alex Liberati il motivo di tale scelta d’impiattamento egli risponderebbe che in America fanno così. Abbiamo letto come il locale risponde alle non poche critiche piovutegli addosso su Trip advisor e, insomma, siamo certi che ci verrebbe risposto che è colpa nostra che non capiamo, che non abbiamo viaggiato abbastanza. E invece abbiamo viaggiato, e possiamo con buona approssimazione affermare che no, in America non fanno così. La carne non la buttano a cazzo su un vassoio. La servono magari in maniera rapida, ma non sbrigativa; forse con uno stile casual ma senza sciatteria. E soprattutto – soprattutto – la servono calda, appena cotta, profumata, e tagliata. Non gelida e rinsecchita, come un avanzo delle feste non portato via nemmeno dalla befana. 
Chissà da quanto tempo era stata preparata, quella roba, e chissà dove era stata conservata. La carne, purtroppo, arriva insieme ai contorni. A dir poco offensivi.

baked beans

I baked beans presentano in cima la tipica patina di sughetto rafferma, quella che si taglia con un grissino, forse: una distesa rossastra di nulla interrotta da qualche fagiolo affiorante e disperato. Le verdure di stagione, invece, non arrivano per niente, finite (proprio come l’acqua, come le ossa della carne, come il contenuto del menu, come la pazienza dei miei commensali).

Sr mac ‘n’ cheese

In compenso, però. c’è un incredibile bicchierino di cartone, stile mensa dei poveri, nel quale qualcuno, non certo un cuoco, ha gettato quello che nel menu veniva chiamato “Sr mac ‘n’ cheese”. Qualcosa di simile a un avanzo di pasta bollita mischiato con un po’ di formaggio. Dopo averlo assaggiato, accompagnato dall’ottima acqua del sindaco (che a fine serata risulterà il miglior prodotto offerto dal locale), l’amica della Principessa Sissi decide di dimostrare a tutti i commensali come quei “quasi maccheroni” pur non valendo nulla dal punto di vista gastronomico abbiano comunque la magica facoltà di sfidare – e sconfiggere – la forza di gravità.

patate_smoke ring

Sarà la suggestione, ma in quel mentre la temperatura all’interno della grotta raggiunge livelli prossimi agli otto gradi, al di sotto di quella esterna. Di scaldarsi col cibo, ovviamente non se ne parla. Mi rimetto il giubotto e chiedo a un altro cameriere le ragioni di tanto freddo. Non era suggestione. “E’ l’aria condizionata”, ci dice. Anzi, non si limita a dirlo. Lo esclama, anche un po’ stupito dalla mia domanda. Cosa c’è di più ovvio dell’aria condizionata accesa in una grotta senza riscaldamento in pieno gennaio? 
Decido di chiuderla lì. 
Chiedo scusa ai commensali per averli attirati in una trappola mortale. Mi alzo e vado a pagare il conto: 85 euro. Almeno quello è normale, mi dico, e tiro fuori la carta di credito. Ovviamente il pos non funziona. Solo contanti.
«Allora ragazzi, come avete mangiato, tutto bene?», mi chiede il manager con l’aria di chi si aspetta una pacca sulla spalla e magari un complimento. Dopo un quarto d’ora circa – tanto è durata la mia risposta – esco al caldo del gennaio romano, provato come se fossi stato investito da un Tir carico di beef ribs (non disossato)

Smoke ring, via Portuense 86, Roma. Tel. 06.5814400

di Agrette Sauvage

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