Scratch Food, il pranzo prêt-à-porter

di Giorgia Cipria © Il Fatto Quotidiano
Scratch Food? Abituati a cene preparate al microonde, pranzi da asporto di tutte le etnie e colazioni a base di croissant addentati al bancone del bar mentre leggiamo le pagine sportive del giornale, la sola idea di cucinare un intero pasto da zero può suonare come una vera minaccia. Dopo una giornata intensa di lavoro, mettersi a spadellare appena varcata la soglia di casa non è proprio la prima cosa che ci viene voglia di fare. Ebbene, sono inglesi e americani a risolverci questo problema con lo Scratch Food.

L’idea è venuta a uno studente londinese, Phil Pinnel, che con una felice intuizione e l’aiuto di due amici, Alex Neves e Farleigh Hungerford, ha creato un nuovo business. «Durante i miei anni di studio trascorrevo ore davanti al microonde per tenermi in vita. Sognavo pasti migliori, ma non avevo il tempo e l’energia per cucinarli», racconta Pinnel. Così nel maggio 2011 i kit “intelligenti” di sua invenzione sono approdati nella nota catena di supermercati Sainsbury. Ed è stato un grande successo.

La scelta è vasta, e si può optare anche per piatti esotici come il pollo tikka masala, con tutti gli ingredienti (carne, curry, pomodori, yogurt e riso) all’interno già tagliati, divisi e pesati, e poche semplici istruzioni per trasformarli in un buon pasto in 10-15 minuti., letteralmente “ricette create da zero”, cioè realizzate esclusivamente con quello che si ha in casa. Da qualche anno sono infatti arrivati nei supermercati gli scratch meals, confezioni di cibo pronto per essere utilizzate, con ingredienti freschi a vista e tanto di istruzioni per cucinare al meglio la pietanza. Questi kit alimentari richiedono sicuramente più tempo di un prodotto pronto solo da scaldare in un paio di minuti al microonde, ma promettono un risultato ben diverso in termini di qualità, gusto e soddisfazione personale.

C’è da dire che spopolare nei paesi anglosassoni, non proprio terre dalla cucina raffinata, può essere non difficile. Ma lo scratch food punta in alto e arriverà presto anche in Italia. Ed è ovviamente da provare: in fondo può essere anche utile, se ci si vuole vantare di aver preparato una cena senza aver tagliato neanche mezza cipolla. E magari, con una mise en place fatta come si deve, ne esce fuori pure una cena dignitosa.

 

One Comment

  • MAurizio
    6 febbraio 2013 | Permalink | Rispondi

    Molto corretto il commento sul target di riferimento (gli incapaci in cucina, anglosassoni o meno).
    Ma un vecchio assioma insegna che se vuoi davvero sfamare qualcuno devi insegnargli a pescare, non vendergli dei filetti di pesce con le istruzioni per cuocerli.
    Ovviamente se vuoi fare dei soldi facili vendendo "semipreparati" agli incapaci … (Mi chiedo cosa studiasse di così essenziale il genio creatore dell'idea da non avere tempo se non per il micronde … "Marketing e derivati" ? Adesso lavora per il MPS ??)

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